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Esteri

SIRIA/ Chi si muove dietro le quinte contro Assad?

Manifestanti contro Bashar al Assad (Foto Ansa)Manifestanti contro Bashar al Assad (Foto Ansa)

Ma non è finita qui: sempre lunedì scorso il Ccg (Consiglio di cooperazione del golfo) si è riunito per discutere della crisi siriana; la monarchia giordana si è unita al coro dei reali arabi condannando la condotta del regime confinante mentre dal Cairo la prestigiosa istituzione sunnita Al Azhar ha tuonato per la prima volta contro la repressione damascena. La visita avvenuta martedì scorso nella capitale siriana da parte del ministro degli Esteri turco, Ahmed Davutoglu, che ha chiesto la ferma e immediata fine delle operazioni militari, ha suggellato, infine, la levatura regionale della stigmatizzazione di Assad.

Questo turn point diplomatico è certamente spia di quanto la forza di Assad sia stata finora sovrastimata, ma ci chiarisce anche quanto i suoi vicini mediorientali siano sempre più convinti che formulare un ordine regionale senza il medico di Damasco sia ormai addirittura più conveniente che mantenere in vita una condizione di crisi stagnante. Ma chi potrebbe essere in grado di ricostruire un assetto regionale arabo post-Assad?

Nell’inatteso attivismo dall’Arabia Saudita (non dimentichiamo che all'inizio della rivoluzione Riad aveva scelto di non interferire con gli affari interni di Damasco), nella tardiva condanna di Assad che stride con la scarsa attenzione alla difesa  dei diritti umani da parte del regno di Abdallah, c’è la risposta - o meglio la volontà di offire una risposta: il gigante del Golfo ha in mente un nuovo disegno regionale entro cui rilanciare quel ruolo egemonico che gli era stato sempre storicamente negato proprio dall’imponenza del fronte repubblicano, laico e socialisteggiante (Iraq di Saddam, Siria, Egitto e Yemen).

Il precipitare della crisi siriana che nel corso di questi cinque mesi ha reso sempre meno credibile la stabilità del ruolo equilibrante che la famiglia Assad ha garantito al Medio Oriente per quasi 50 anni, ha parallelamente imposto all’Arabia Saudita una riconsiderazione del suo stesso ruolo fino all’ipotesi, mai realmente percorsa, dell’assunzione di una responsabilità egemonica, che vada al di là dell’acquisto di fedeltà politiche regionali a suon di petrodollari. Nel far questo la dinastia di Abdallah sta puntando in primo luogo a promuovere in tutta la regione l’instaurazione di un potere che trovi la sua referenza principale nell’islam sunnita.