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IL CASO/ 1. Così l'imperialismo cinese sta ammazzando l'Africa

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Kabila e Zemin (Foto: ANSA)  Kabila e Zemin (Foto: ANSA)

Per la legge mozambicana il legname non può essere esportato senza essere almeno tagliato in assi per aumentare il valore aggiunto che rimane in loco. I circa 18.000 tronchi, invece, erano interi e privi di ogni contrassegno di provenienza: concessione, esportatore, età ed altri dati richiesti dalla legge. Alcuni amministratori locali che avevano denunciato attività di deforestazione illegale sono stati rimossi con accuse improbabili. I media si chiedono come sia possibile che allo stesso modo altre guardie forestali, leader comunitari e polizia locale non abbiano visto nulla? Resta poi il segno incancellabile di questo sanguinoso commercio: i corpi abbandonati di giovani, ma anche di donne e bambini, che si recano di notte nelle foreste per guadagnare pochi centesimi di euro partecipando al taglio abusivo del legname...

E resta il solito quesito: perché gli ambientalisti e terzomondisti che in altri momenti storici si stracciavano le vesti ed organizzavano manifestazioni, campagne di boicottaggio e perfino assalti contro l’occidente imperialista, le multinazionali americane, i gruppi petroliferi e compagnia bella, oggi sono totalmente silenti ed inoperosi? Qualcuno di questi idealisti a senso unico vive oggi in Mozambico e ritiene che “la Cina sta contribuendo incredibilmente allo sviluppo dell’Africa facendo, nel peggiore dei casi, quello che noi occidentali abbiamo fatto prima”. Osservazione che per una mente non ideologica non dovrebbe costituire nè un’alibi per i cinesi e per il loro brutale saccheggio, nè una giustificazione per il silenzio dei benpensanti nostrani.

Per fortuna dove non arrivano gli intellettuali e difensori part-time dei diritti civili che albergano – strapagati - nelle agenzie umanitarie e nei media, arriva la gente. I popoli africani si stanno ribellando a quelli che i loro governanti ancora definiscono “amici” o “benefattori”. Certo i poveri congolesi possono poco contro il loro ministro delle foreste, lui stesso socio al 50% di una ditta cinese che ha in concessione – accordata naturalmente da lui stesso – lo sfruttamento di una delle più grandi estensioni boschive del mondo. In Zambia, però, i venditori locali hanno inscenato una protesta perchè sul mercato sono comparsi migliaia di polli venduti dai cinesi: meno cari e – chissà in che tossica maniera - più grassi. Pare che il governo cinese si stia preparando a finanziare la campagna di rielezione dell’attuale presidente Rupiah Banda, mentre gli zambiani già chiamano “infestatori” quelli che il loro presidente definisce “investitori”.



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