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KENYA/ Francesco (Avsi): quelle 300 mila persone che non si riescono a dimenticare

Avsi racconta il Kenya (Foto Ansa) Avsi racconta il Kenya (Foto Ansa)

Mi incammino e vado dai miei colleghi di LWF, una ong internazionale che è impegnata nella prima accoglienza. Suraya sta parlando ad una famiglia composta da una donna e 5 bambini aiutata da un interprete. Rimango colpito dal modo in cui questa donna ascolti con attenzione la mia collega, sembra che penda dalla sua bocca: le danno un po’ di legna, un recipiente e la spediscono all’altra fila. Qui le daranno del cibo e delle pentole e le sarà assegnata una tenda.

Le tende. Innumerevoli. Salgo su una water tank, scavalco il cancello, non c’è il guardiano, ho voglia di capire, guardare, rendermi conto dei numeri. Conto i gradini da salire, una scala di metallo, il vento è forte, devo davvero tenermi forte: 1, 2, 3… arrivo in cima. Con me i colleghi kenioti. Ci affacciamo e guardiamo l’ orizzonte. Utilizzo lo zoom della macchina fotografica per avvicinarmi a quei punti bianchi che vediamo in lontananza. Sono le famose tende di UNHCR, bianche, si intravede perfino il logo azzurro, una accanto all’altra, tutte sistemate ben bene, in ordine, in fila…

Mi ricordo quando ero uno scout e, durante l’annuale campo estivo, dormivamo in tenda per 15 giorni. Vi confido che per me era dura essere con altre 6-7 persone nella stessa tenda, con i bagni lontani, la tenda della squadriglia degli Squali a sinistra e quella dei Delfini a destra.  Questi pensieri sono scacciati via immediatamente alla vista di questo orizzonte.

La mia amica Silvia lavora con UNHCR, si occupa di reinsediamento dei rifugiati, un mezzo per dare protezione internazionale ai rifugiati, un programma che praticamente permette ad una persona di iniziare una nuova vita in un paese diverso. Mi racconta che nel 2010 a Dadaab sono arrivate quasi 6,000 persone al mese, ma sono stati processati per il reinsediamento solo 8,000 fortuanti nell’arco dell’anno. Anche questi numeri non vanno via dalla testa.

Aspettiamo  Fatma in fila con lei. Le chiediamo se le possiamo fare qualche domanda. Nel frattempo do ‘un cinque’ ad uno dei suoi figli. Ha i capelli biondi, gialli, sinonimo di mancanza di ferro e proteine. Fatma ha 20 anni, ci racconta che viene dal Basso Shabele in Somalia, ha camminato per quasi 40 giorni prima di arrivare  a Dadaab. Ha corrotto diverse persone per poter arrivare senza problemi qui in Kenya. Ci racconta che aveva un piccolo orto e che sono mesi che non piove. Tutto il raccolto è andato perso e quando ha visto che le sue riserve di cibo stavano diminuendo, ha preso le poche cose che le rimanevano e si è diretta da alcuni parenti. Questi ultimi non l’hanno potuta aiutare perché anche loro erano stati colpiti dalla siccità e ha dunque deciso di tentare il viaggio della speranza verso il Kenya. Si è portata dietro anche due nipotini, perché, una volta a Dadaab, i somali sanno che saranno aiutati.

Le chiediamo quali siano le sue aspettative, i suoi sogni. Vuole ritornare a casa, ci dice. Ma vuole anche dare un futuro ai figli, mandarli a scuola, farli crescere in un paese senza guerra. Le diciamo che noi di AVSI stiamo cercando di dare una risposta alla crisi umanitaria costruendo scuole e mettendo in piedi centri per l’adolescenza negata a queste piccole creature. Ci sorride. Ci chiede se può venire anche lei a scuola. I colleghi di UNHCR la chiamano, è finalmente il suo turno.