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KENYA/ Francesco (Avsi): quelle 300 mila persone che non si riescono a dimenticare

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Avsi racconta il Kenya (Foto Ansa)  Avsi racconta il Kenya (Foto Ansa)

Ci avviciniamo ad un punto di raccolta dell’acqua. Incontriamo tanti bambini. Sono in fila con le jerricans (taniche di plastica) gialle, quasi più grandi di loro. Accompagnano le madri che sono al pozzo a raccogliere l’acqua. Dovrebbero essere tutti a scuola, sono le 9.30 del mattino. Ci avviciniamo ad una donna. Le chiediamo il suo nome e la sua storia. Si gira, ci guarda con i suoi occhi fieri. Non ci risponde e va via. Rispettiamo il suo silenzio.

 E’ la volta del piccolo Shukri, ha 6 anni. Viene dal corridoio di Afgoye, un campo profughi alle porte di Mogadiscio. Lui è scappato con il fratello più grande. Sono i cosiddetti ‘minori non accompagnati’ che ricevono priorità assoluta. Di solito vengono affidati a parenti, ma se per motivi di sicurezza questo non è possibile, vivono nei ‘safe heaven’, piccole isole felici e protette all’interno dei campi. Shukri è venuto al pozzo per giocare con gli altri bambini. Ha una palla fatta di stracci ma è felice di calciarla! Gli chiediamo se vuole andare a scuola. Ha difficoltá a capire cosa sia una scuola: Omar, in nostro collega del settore dell’educazione cerca di spiegarglielo. Ci dice che si’, sarebbe contento di conoscere gli altri bambini e stare con loro. Non gli chiediamo altro, lo lasciamo alle prese con il pallone!

 Dadaab oggi è la terza città del Kenya. E non è neppure sulle mappe del Kenya. Con i suoi 400,000 abitanti supera Kisumu, la cittá keniota sul lago Vittoria. Il trend di arrivi è aumentato. Da gennaio 2010 ad oggi sono arrivati quasi 90,000 rifugiati che portano il numero totale dei rifugiati a Dadaab a circa 400,000 persone. I numeri la dicono tutta. Inoltre, le notizie delle poche ONG internazionali in Somalia non sono incoraggianti: molti altri Somali hanno intenzione di varcare il confine, tra questi tante donne e bambini.

 Decidiamo di entrare in Ifo Extention, uno dei due nuovi campi aperti dal Governo del Kenya che si appella alla comunitá internazionale perché da solo non riesce a gestire questa crisi umanitaria. Ho timore ad entrare nel campo, non perché non mi senta sicuro, ma perché ho paura di urtare la sensibilitá dei nuovi arrivati. Eppure ci accolgono con gioia, vogliono raccontare, vogliono farci conoscere le loro storie, vogliono essere ascoltati e ascoltare il nostro messaggio di pace. Perché noi siamo portatori di pace, vogliamo offrire educazione, perche’ la conoscenza é voglia di dialogo. Non di guerra.

Sedute all’ombra della loro tenda vedo una donna anziana e due gemelle. Chiedo ad Omar di fermarci e di chiacchierare con loro. Conosciamo cosí Amina, ha 40 anni ma ne dimostra 60. Le due gemelline le si stringono alle magre braccia. Gli altri due figli sono in tenda a riposare. E’silenziosa Amina, parla poco. Ci dice che non ha abbastanza cibo e che le avevano detto che a Dadaab avrebbe potuto avere tutto quello che non aveva in Somalia. Essere una rifugiata non è un bene. Se potesse tornerebbe a casa. Le chiediamo dei figli e di cosa ne pensi dell’educazione: lei non è mai andata a scuola ma vuole mandare soprattutto le figlie a scuola perché una donna educata, ci dice, commette meno errori.



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