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Esteri

LIBIA/ Jean: La caduta di Gheddafi sarà l'inizio di una guerra infinita

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«Ci sono due ipotesi. La prima è che l’accerchiamento di Tripoli venga completato, la roccaforte isolata e gli insorti aspettino che Gheddafi cada per fame, fugga, o che qualcuno lo elimini, mentre la città si arrende senza combattimenti. La seconda: si combatte strada per strada, con il rischio di un bagno di sangue. Difficile capire come andrà a finire. Non si conosce l’entità delle forze fedeli a Gheddafi, la loro volontà di combattimento, né di quali armamenti dispongano. Conquistare una città di un milione di abitanti con poche migliaia di uomini, del resto, non è impresa da poco».

Se questo accadrà, «sarà estremamente difficile evitare vendette contro la popolazione e contro i fedeli di Gheddafi - continua Jean -. Anche se il Qatar ha dato una mano al governo provvisorio di Bengasi nell’allestimento di una brigata speciale, la “Tripoli”. È stata addestrata ed equipaggiata per evitare i disordini nelle città e mantenere la sicurezza». Una volta conquistata Tripoli, si chiuderanno definitivamente i giochi o c’è il rischio che Gheddafi possa ulteriormente riciclarsi, fuggire, e organizzare la controffensiva altrove? «La caduta di Tripoli rischia di diventare come quella di Baghdad. Si potrebbe aprire una seconda fase in cui i fedeli di Gheddafi e le tribù ostili al governo di Bengasi continuano a combattere con i procedimenti tipici della guerra di lunga durata, con guerriglia e attentati terroristici».

Uno scenario tutt’altro che da escludere. «L’eventualità, infatti, è già stata predisposta da parte di Gheddafi con la distribuzione di armi alla popolazione». Allora, in ogni caso, la sorte del Colonnello avrà «ben poca importanza, così come ne aveva ben poca quella di Saddam. Una volta perso il potere, potrebbe fuggire, essere sottoposto al tribunale dell’Aja, eliminato o giudicato da un tribunale libico; ma tutto ciò non conta. Ciò che conta, invece, sono le tribù che gli sono fedeli. Queste non accetteranno mai di sottoporsi al Consiglio Nazionale di Transizione (Cnt)».