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REPORTAGES/ Ward 54: quando la guerra sopravvive nell’anima

Quali fantasmi abitano la mente di un soldato di ritorno dalla guerra? ROBERTO FONTOLAN introduce il documentario, in visione al Meeting di Rimini, dell’inviata del Tg1 Monica Maggioni  

Un immagine del film Un immagine del film

Ritornare da una guerra. La famiglia, la casa, gli amici, i ricordi, il passato. E il rumore dell’inferno che resta nella testa, con tutte quelle notti insonni, l’assedio della paura, il compagno che muore. Le domande, le mille domande che rompono la mente ad ogni istante. Che senso ha avuto? Perché? Si può sopravvivere alla guerra, ritrovare la vita? Sull’onda di questi pensieri Monica Maggioni ha realizzato il magnifico documentario di questa sera, intitolato “Ward 54” (vedendolo si scoprirà il segreto del titolo), prodotto da Raicinema e premiato al festival di Biarritz. E’ il racconto del soldato americano che torna dall’Irak, del suo smarrimento, del suo male: non è più l’uomo di prima, non sarà mai più l’uomo di prima, e non sa che uomo potrà essere adesso. E’ vittima della sindrome post-traumatica, una malattia difficile da riconoscere e da far accettare e infatti la resistenza delle autorità a farsene carico è molto dura. Gente amputata nell’anima, ferita “dentro”. Nel nuovo presente il passato non funziona: né i genitori, né il prato davanti a casa, né il lavoro, quando bene o male riesce ad agguantarne uno. E’ ormai un reduce, un veterano, il suo presente avvitato al suo passato. Monica Maggioni, giornalista del Tg1, responsabile di Tv7, conosce bene la guerra irakena. L’ha seguita da inviata “embedded” con le truppe americane nella prima fase e poi ci è tornata molte volte per raccontarne i tormentati sanguinosi sviluppi. Ma questa volta affronta una storia di “non guerra”. Da corrispondente negli Stati Uniti le capitava di leggere notizie riguardanti i veterani, e qualche volte le statistiche su suicidi e tentati suicidi. Ha cercato, studiato, approfondito, viaggiato. Il risultato di un lungo e meticoloso lavoro lo vedremo questa sera nel terzo appuntamento del ciclo “Storie dal mondo”. Chi rimane attaccato alla vita, magari solo con un esile filo, e chi non c’è l’ha più fatta. Una mamma e un papà dialogano intensamente, più tra loro che con la telecamera, del loro figlio caduto in questa “non guerra”: lo spettatore resta avvinto dallo strazio e dalla compassione.