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GIORNALISTI LIBERATI/ Biloslavo: in Libia c'è uno scenario pseudo-iracheno

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Eppure, i giornalisti dovrebbero essere tutelati da norme internazionali, e considerati, dalle fazioni in campo, soggetti neutrali. «Stiamo parlando di tagliagole, da una parte e dall’altra. Che non credo conoscano la Convenzione di Ginevra…». In ogni caso, Biloslavo fa presente che, nel corso del rapimento, le cose sarebbero potute andare molto peggio. «Si è potuto comunicare con loro e si sapeva che erano stati portati a Tripoli. La situazione è rimasta relativamente sotto controllo. Ricordiamoci, in fondo, che i libici sono tutto sommato “brava gente”. Se una cosa del genere fossa capitata a Fallujah, in Iraq, ad esempio, non ne avremmo più saputo niente e dopo mesi sarebbe rispuntato un video con i giornalisti legati, bendati e con un coltello alla gola». Le informazioni su di loro, poi, si sono rivelate molto più dettagliate di quelle di cui si disponeva in episodi analoghi. «Il console è rimasto in contatto con loro. Sono convinto che siano state attivate tutte le nostre “antenne” a Tripoli, i nostri contatti; si sapeva, inoltre, esattamente dove erano intrappolati. Claudio Monici aveva detto che vedeva, da dove si trovava, il centro commerciale della figlia di Gheddafi. Io stesso, facendo un po’ di telefonate, ho avuto conferma del luogo: si tratta di un centro di cui mi ricordo bene: si trova a Mansoura, un quartiere di Tripoli dove sono presenti sia lealisti che ribelli. Lì si combatte, ma non con la stessa intensità che altrove».



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