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CORNO D’AFRICA/ Maria (Avsi): vi racconto il sogno di chi non ha niente da mangiare

Pubblicazione:venerdì 5 agosto 2011

L'impegno di Avsi L'impegno di Avsi

Abiba è poco più di una bambina. Una bambina madre di due figli, di cui il secondo nato nel campo di Ifo. È arrivata qui da noi tre mesi fa, dopo aver lasciato Salgale, in Somalia, senza dire nulla al marito, un nomade impossibile da rintracciare da mesi. È partita con la mamma, una figlia di sette anni e uno nel pancione.

Per il viaggio si era organizzata. Aveva una macchina, dei viveri e persino la benzina, ma è stata assalita dai banditi prima ancora di arrivare al confine: le hanno portato via tutto. Ha camminato due giorni prima di trovare un’altra macchina che l’accompagnasse alla frontiera. Da qui ha proseguito ancora a piedi, impiegando due giorni per arrivare al campo di Dadaab.

Oggi vive con la mamma e i figli, senza avere notizie del marito. La sua storia è una delle tante. Noi di Avsi continuiamo a lavorare nel campo su input della Cooperazione Italiana insieme a Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati, responsabile del campo in cooperazione con il governo keniota. Gli arrivi sono incessanti, è difficile far fronte a tutto e stare di fronte alle storie dolorose che ci raccontano.

Come quella di Momina, 48 anni, di Hagar. Quando arriva la prima cosa che noto è che è una bellissima donna. Come tanti partita a causa della siccità, mi racconta subito che aveva 8 figli. Ora ne manca uno, perché una notte, mentre dormiva sotto un albero, un facocero ha attaccato la sua famiglia, portando via il figlio di 7 mesi. Rimessasi in cammino è stata attaccata dai banditi, che le hanno portato via tutto, dai soldi ai vestiti. È riuscita ad arrivare alla frontiera, dove ha incontrato un “buon samaritano” come lo chiama lei, che l’ha portata con i figli da noi.

Piange, la voce è debole, ma non rassegnata. Quello che mi colpisce è che qui, nonostante il bisogno di cibo e acqua e medicine, la gente chiede che i propri figli possano andare a scuola. Questo per noi rappresenta un segno positivo, perché si vede che la gente non si rassegna alle condizioni disperate in cui vive.

Nelle zone del campo dove la nuova ondata di profughi si è stabilita non ci sono ancora strutture scolastiche. I bambini e i giovani vagabondano tutto il giorno, le bambine aiutano le mamme con i fratellini più piccoli. Li vedo spesso rincorrersi tra loro con pietre e bastoncini di legno, le uniche cose con cui giocare che trovano nei paraggi. Questa mattina ho incontrato Mohammed Noor al centro registrazione dei nuovi arrivi.


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COMMENTI
05/08/2011 - Dolcissimo nome di Maria. (claudia mazzola)

Carissima Maria, che Dio ti benedica per quello che fai e che tu possa essere insieme a tutti voi, sotto la protezione della Madonna. Grazie perchè con te Maria io posso scoprire la bontà che c'è anche in me.