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Esteri

IL CASO/ Se anche i Maori si mettono a parlare di sussidiarietà

La Nuova Zelanda sta seriamente pensando al principio di sussidiarietà come criterio generale di riorganizzazione del suo sistema di servizi alla persona e alle comunità. ROBI RONZA

Foto: ImagoeconomicaFoto: Imagoeconomica

Elaborato nel corso di secoli in alternativa al modello autoritario alla radice e sempre tendenzialmente tirannico dello Stato moderno, il principio di sussidiarietà continua a trovare per lo più scarsa attenzione fuori dell’Europa. Ciò malgrado abbia ormai dimensioni planetarie il tramonto evidente degli Stati, schiacciati dal peso di una spesa e di un debito pubblico che nei casi più gravi, come quello dell’Italia, giungendo nell’insieme al 50 per cento della produzione nazionale lorda, blocca la crescita del Paese: questo - notiamo per inciso - è il nocciolo della questione qui da noi, al di là di ogni dettaglio della cronaca politica di ogni giorno.

Appare perciò molto rilevante il caso della lontana Nuova Zelanda, che sta seriamente pensando al principio di sussidiarietà come criterio generale di riorganizzazione del suo sistema di servizi alla persona e alle comunità locali. Geograficamente remota dall’Europa, con una capitale, Wellington, che dista da Roma 18.581 chilometri (ma nel medesimo tempo assai vicina trattandosi di un Paese di popolazione per circa l’80 per cento di origine europea nonché di radicata tradizione anglo-sassone), la Nuova Zelanda diviene così il primo Paese extra-europeo a prendere in vasta e sistematica considerazione questa “filosofia” politica nata e sviluppatasi nell’Europa continentale e che - avendo ricevuto specifico impulso dalla dottrina sociale della Chiesa - forse anche per questo trova difficile eco nei Paesi di tradizione protestante o rispettivamente non-cristiana.

Ciò è tanto più significativo se si considera che di regola nelle nazioni sorte dalla colonizzazione e costituite in gran parte da discendenti di coloni europei il soggetto politico primario è il territorio, la colonia in quanto tale (poi divenuta Stato), e non il comune come accade in Europa; e fra Stato e società civile la distanza critica è in genere minima. In questo la Nuova Zelanda rientra pienamente nella regola: gli enti di governo locale neozelandesi sono sorti e cresciuti sotto lo stretto controllo del governo centrale, né tradizionalmente si registrano esperienze rilevanti di autonomia della società civile. Unica eccezione è il caso, pur non secondario, delle comunità dei Maori, gli abitanti originari del Paese, circa il 20% della sua popolazione attuale, che a norma del trattato di Waitangi (1870) godono di un certo numero di diritti collettivi.