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IL CASO/ 1. Martina e quel rapimento che fa a pugni con la democrazia

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Allora mi chiedo: abbattere un raìs significa divenire ancor più estremisti, chiusi e ostili verso altri popoli? Soprattutto verso chi ospita migliaia di propri connazionali fuggiti di corsa dal Paese? Sorrido amaro quando qualcuno, parlando di rapporti amichevoli già esistenti con la Tunisia, ne parla come di un Paese in cui questi episodi non accadono e fa intendere che comunque con le buone maniere tutto si risolve. Ma quali buone maniere? Con chi ha perso la bussola della libertà? Con chi fa orecchie da mercante sui bambini occorre durezza nel rispetto delle regole, facendo valere il fatto che trattasi di bambini italiani che devono rimanere in Italia fino a che, di loro volontà esclusiva, non decidano altrimenti.

Sette casi in tutto stiamo trattando finora e solo dalla Tunisia, ma non sono i soli da tutto il mondo arabo, anzi. Occorre far presto nello studiare e mettere in opera un’azione internazionale di repressione dei fenomeni di sottrazione di minore a opera di paesi non firmatari delle convenzioni, da cui i rientri non sono mai stati semplici. Un accordo che permetta alle autorità internazionali competenti di chiedere il rientro dei minori rapiti in patria, anche se questo dovesse comportare il ricorso a misure internazionali forti e decise.

Del resto, si è giustificata la guerra a un regime solo con alcuni servizi televisivi satellitari artefatti, quindi non vedo alcuna difficoltà nel costringere un Paese a far tornare una cittadina italiana rapita a casa. Se non abbiamo la forza e la capacità di difendere una bambina italiana, allora la riflessione si fa davvero più preoccupante.

Un bambino deve rimanere nel suo Paese, ove nulla preveda il contrario. È diritto, è reciprocità, è civiltà tout court.

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