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VOTO ONU/ Se il riconoscimento della Palestina mette in crisi l’Occidente

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Mahmoud Abbas (Abu Mazen) - Foto Ansa  Mahmoud Abbas (Abu Mazen) - Foto Ansa

Spostando l’attenzione nel contesto regionale, la situazione  non è certamente più rosea. Se, come è prevedibile, dopo il veto americano la pratica passerà all’Assemblea generale che voterà in favore della “promozione” della Palestina da “ente” a “stato non membro”, l’Autorità nazionale palestinese avrà fatto un passo in avanti, anche se non decisivo. Tanto potrebbe bastare, però, agli  israeliani per aumentare il proprio isolamento diplomatico-internazionale e questo, come ci insegna la storia, non fa presagire nulla di buono.

A ciò si aggiunga che la posizione di Israele nella regione sta attraversando un momento estremamente delicato. Solo pochi giorni fa (il 10 settembre) l’ambasciata israeliana del Cairo è stata oggetto di sparatorie e atti di violenza, tanto che l’Egitto ha richiamato il suo ambasciatore in Israele, e contestualmente ha convocato l’ambasciatore israeliano al Cairo, per protestare contro l’uccisione, avvenuta il 18 agosto, di tre suoi agenti di sicurezza al confine con lo Stato ebraico. E’ presto per dire se queste tensioni potranno mettere in discussione la tanto sospirata pace di Camp David, sancita nel trattato tra Egitto e Israele del 1979, ma di certo non hanno giovato alla già difficile situazione tra i due paesi.  

A gettare benzina sul fuoco è anche la Turchia che, da Paese storicamente vicino a Israele, sembra diventato in poco tempo uno dei maggiori “sponsor regionali” della causa palestinese, tanto che il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha recentemente dichiarato che “il riconoscimento di uno Stato palestinese non è un’opzione, è un obbligo”. Non c’è, forse, da stupirsi di questa nuova posizione di Ankara, visti anche gli eventi legati all’uccisione, nel maggio 2010, dei nove attivisti turchi della Freedom Flotilla. Ma soprattutto è plausibile credere che questa mossa sia da collocare nel più ampio disegno della dottrina della profondità strategica che, cavalcando l’onda della primavera araba, intende perseguire un nuovo ruolo guida della Turchia nella regione.



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