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Esteri

FINE VITA/ L'Alta Corta inglese rifiuta la richiesta di sospendere l'assistenza di una donna cerebrolesa

Una sentenza dell''Alta Corte inglese, il primo caso del genere, rifiuta la richiesta dei parenti di una donna in stato vegetativo di sospendere le cure e l'alimentazione

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E' il primo caso in cui un giudice dell'Alta Corte inglese si esprime sulla richiesta di sospensione di nutrimento e idratazione artificiale di una donna le cui attività cerebrali sono compromesse da anni. La famiglia della donna aveva fatto richiesta in tal senso, ma l’alta corte Britannica nella persona del giudice Justice Baker, ha rifiutato di accogliere la richiesta di  sospendere il nutrimento e l’idratazione artificiale da parte dalla famiglia di M. (così indicata negli atti giudiziari per motivi di privacy), una donna di 52 anni rimasta cerebrolesa in seguito ad un encefalite virale contratta nel 2003. Una sentenza destinata a far parlare di sé, è infatti il primo caso in Gran Bretagna in cui una corte rifiuta di sospendere i trattamenti salvavita. La motivazione deriverebbe dall’accertamento di un barlume di coscienza di M. Il giudice della corte suprema britannica Baker ha commentato le ragioni della sua scelta, dichiarandosi consapevole dello stato di “sconforto” e “pena” in cui verserebbe M., ma ha aggiungendo anche che ella “ha alcune esperienze positive e, cosa più importante, vi sono ragionevoli premesse che queste possano accrescersi attraverso un programma pianificato atto ad aumentare la stimolazione". Non solo: il giudice ha chiarito che ciò che lo ha mosso a decidere in tal senso è "il preservare la vita: sebbene non sia una regola assoluta, la legge considera la preservazione della vita umana come principio fondamentale". Nella sua sentenza Baker ha altresì espresso il parere che quanto di positivo riscontrato nelle capacità vitali della donna, possa essere ulteriormente stimulato con un programma preciso atto a migliorarne le condizioni, incoraggiando così il personale medico a prodigarsi in tal senso.  La famiglia di M. ha espresso disappunto per la decisione della corte la quale, secondo loro, sarebbe colpevole di prolungare la sua sofferenza. È orribile, ha commentato la sorella. "Quella non è vita, è esistenza. E so che lei non l’avrebbe voluto”.