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IL CASO/ La pace impossibile che "caccia" Obama dalla Casa Bianca

Abu Mazen insieme a Ban Ki-moon (Ansa) Abu Mazen insieme a Ban Ki-moon (Ansa)

Tutti gli attori, inoltre, sanno bene che le istanze su cui ci si dovrà obbligatoriamente confrontare sono, ancora una volta, le stesse: il rientro nei confini del 1967, lo statuto di Gerusalemme e il ritorno dei rifugiati.

Per ironia della sorte, l’iter del Consiglio di Sicurezza si apre sotto la presidenza di turno del Libano, uno Stato per cui proprio il ritorno dei rifugiati rappresenta una questione vitale: nel piccolo paese dei Cedri vivono, infatti, 400.000 palestinesi, che su una popolazione di 4 milioni di persone rappresentano il 10% del tessuto demografico, alterando drammaticamente un già fragile e frammentato equilibrio sociale.

Di fronte ai punti in questione Israele, per ora, sembra persistere su posizioni rigide e inamovibili, giocandosi una partita che non è destinata né vuole deviare da un processo ciclico, da almeno vent’anni sempre uguale a se stesso: quello di un confronto asimmetrico basato sulla schiacciante supremazia militare dello stato ebraico e sulla sua special relationship con l’America.

Ed è proprio qui che risiede la cecità israeliana e, per conseguenza, quella statunitense. Ad essere drammaticamente trascurata è, infatti un’altra novità, ancora più strutturale e profonda, entro cui si inscrive la richiesta unilaterale di riconoscimento della Palestina: il mutamento del quadro politico della regione prodotto dalle rivoluzioni arabe del 2011, all’interno del quale gli Stati Uniti stanno perdendo a vista d’occhio la loro egemonia.

Fin dalla fine della Guerra del Kippur del 1973, infatti, la frammentazione dell’ordine regionale – sancito dalla pace separata con Israele di Egitto (1979) e Giordania (1994), dalla rivalità inter-araba della guerra del Golfo del 1990-91 e dal progressivo allineamento degli stati arabi sulla volontà statunitense in cambio di supporto economico e securitario – ha di fatto garantito negli ultimi 40 anni la quiescenza delle armi e della diplomazia pan-araba a fronte di qualsiasi iniziativa israeliana. L’assenza di risposte da parte dei paesi arabi nella Seconda Intifada palestinese del 2000, nell’invasione israeliana del Libano del 2006, nei bombardamenti su Gaza nel 2009 hanno, in altri termini, sancito la cristallizzazione di un assetto territoriale, seppur formalmente privo di legittimità, sostanzialmente incontestato. Persino un regime socialista e nazionalista come quello degli Assad in Siria, che ha storicamente fatto della resistenza a Israele una delle principali risorse di consenso politico interno, dal 1973 al 2011 ha reso le alture del Golan (al confine con lo Stato ebraico) uno dei lembi di terra più pacifici di tutto il mondo arabo. Fino alla vigilia delle rivoluzioni, dunque, sul piano dei rapporti tra le élites politiche, la normalizzazione arabo-israeliana era ormai qualcosa di assodato.