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IL CASO/ La pace impossibile che "caccia" Obama dalla Casa Bianca

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Abu Mazen insieme a Ban Ki-moon (Ansa)  Abu Mazen insieme a Ban Ki-moon (Ansa)

Dopo aver cercato in tutti i modi (e invano) di evitare che Mahmud Abbas, leader dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), arrivasse venerdì scorso a depositare all’ONU la richiesta unilaterale di riconoscimento di uno stato di Palestina, le intense consultazioni che il Quartetto (Nazioni Unite, Stati Uniti, Unione Europea e Russia) ha portato avanti prioritariamente all’apertura dell’esame da parte del Consiglio di Sicurezza, hanno prodotto una proposta assai poco originale se si guarda alla storia della questione israelo-palestinese: l’invito che viene rivolto a alle due parti è quello di “riaprire i negoziati per arrivare ad un accordo di pace entro il 2012”. In mancanza di alternative l’obiettivo – o forse il male minore – cui i grandi della Terra mirano è forse la benedizione di questo momento come l’ennesima e improduttiva puntata del processo diplomatico più stagnante sul piano internazionale, sebbene quanto mai foriero di instabilità sul piano regionale. Nessuno – certo – si aspettava alcun significativo sbilanciamento diplomatico, ma questa overdose di cautela si rivela ironicamente (o inevitabilmente) cieca di fronte alla mossa strategica di Mahmud Abbas.

Nel presentare la richiesta di riconoscimento della Palestina come stato non membro dell’Onu, il leader dell’Anp ha infatti introdotto un importante elemento di novità rispetto al passato: lo spostamento dell’asse del negoziato dalla dimensione bilaterale arabo-israeliana alla dimensione multilaterale internazionale. Con questa traslazione, Mahmud Abbas ha volutamente rotto gli schemi dell’impostazione storica dei negoziati, finora incapaci di produrre risultati concretamente in grado di alterare lo status quo.

Chiamando, inoltre, per la prima volta tutti i membri della comunità internazionale a smarcarsi dalle posizioni di ambiguità e ad esprimere formalmente il proprio supporto nei confronti dei palestinesi o degli israeliani, Abbas mira a rafforzare la sua posizione sui tavoli negoziali. Per essere approvata la richiesta deve ricevere almeno 9 voti favorevoli (su 15) e nessuno dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dovrebbe utilizzare il veto. La cronaca di un fallimento annunciato è stata narrata quando gli Stati Uniti hanno ufficialmente dichiarato che opporranno il veto, ma è chiaro che se si dovesse superare lo scoglio dei 9 voti il tradizionale supporto dell’America e di quella parte della vecchia Europa nei confronti di Israele si ritroverà a far la parte del re nudo. A quel punto rilanciare i negoziati bilaterali, come auspica il Quartetto, sarà possibile a patto che l’impostazione degli stessi non venga vigorosamente rivista. Mahmud Abbas ha infatti già dichiarato che si siederà ai tavoli negoziali solo se Tel Aviv congelerà la costruzione dei nuovi insediamenti - 1600 alloggi nel rione di Ramat Shlomo a Gerusalemme est - cui la Knesset ha dato il via libera solo poco più di un mese fa.


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