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Esteri

IL CASO/ La pace impossibile che "caccia" Obama dalla Casa Bianca

Abu Mazen insieme a Ban Ki-moon (Ansa)Abu Mazen insieme a Ban Ki-moon (Ansa)

Mentre i fattori di novità che le transizioni in corso saranno in grado di iniettare nei sistemi politici arabi appaiono quanto mai indefiniti, tuttavia, uno dei pochi prodotti già tangibili delle rivoluzioni del 2011 è la rinnovata potenzialità che gli attori regionali – vecchi e nuovi – trovano nella strumentalizzazione della questione arabo-israeliana al fine di costruire, rinnovare (o salvare disperatamente) la base di legittimità del potere politico. Lo si è visto in Egitto, dove il nuovo governo provvisorio ha puntato prioritariamente sulla revisione delle istanze nella relazione con Israele che avevano caratterizzato l’era Mubarak: lo sblocco del confine tra Gaza e l’Egitto (imposto su richiesta di Netanyahu dopo la vittoria di Hamas alle elezioni del 2007), l’ospitalità data il 5 maggio 2011 alle delegazioni di Hamas e al-Fatah in occasione dell’accordo di riconciliazione tra le due fazioni palestinesi, il mancato controllo delle tensioni sul Sinai che sta mettendo profondamente in crisi la tenuta dell’accordo di pace per finire con l’assalto all’ambasciata israeliana al Cairo all’inizio di questo mese. 

Sul fronte siriano, istigando l’innalzamento delle tensioni sul Golan nel giorno della Nakba e della Naksa (in cui alcuni palestinesi hanno forzato la frontiera con lo stato ebraico, richiamando una risposta militare da parte israeliana), Bashar al Assad si è fatto scudo contro le pressioni americane ed europee oltre a quelle dei vicini arabi e mediorientali: l’obiettivo di Damasco era, in altri termini, avvertire la comunità internazionale che il crollo del regime potrebbe avere come conseguenza immediata il surriscaldamento del confine siriano-israeliano.

Che si tratti di pericoloso populismo, come molti hanno evidenziato, poco importa, in realtà, quando la riviviscenza della resistenza antisionista araba ha già determinato una profonda crisi delle relazioni tra Turchia e Israele, tramite cui Ankara mira a depurarsi degli ultimi connotati poco compatibili con la sua aspirazione egemonica sul mondo arabo. E non solo. L’Iran di Ahmadinejad che ha cavalcato in via prioritaria la lotta contro Israele per acquisire influenza sui paesi arabi, vede l’innalzamento delle tensioni arabo-israeliane come un’opportunità preziosa per inserirsi nel solco di un equilibrio regionale che si sta ridefinendo.

In questo contesto che valore avrà il veto degli Stati Uniti? Da una parte i regimi autoritari, clienti o in qualche modo vincolati all’America e perciò garanzia per Washington del contenimento di politiche antisioniste, non ci sono più o, crollando, potrebbero rigirare a loro vantaggio la carta “Israele”.  Dall’altra, l’antiamericanismo diffuso nella regione troverebbe facilmente nuovo vigore nel constatare che il presidente che nel 2008 aveva tenuto all’Università del Cairo un discorso basato sul dialogo alla pari tra le civiltà, compiendo un’audace sortita dai ranghi della tradizione della politica estera americana in Medio oriente, adesso in quei ranghi ci rientra mestamente. E lo fa per far tornare i conti elettorali che gli consentiranno – forse – di ripresentarsi alle prossime elezioni presidenziali. E dopo aver, inoltre, dichiarato nel giugno 2011 che “uno stato palestinese è nell’interesse degli Stati Uniti ma anche nell’interesse di Israele, che trarrebbe solo vantaggio dalla normalizzazione dell’assetto territoriale”.