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IL CASO/ La pace impossibile che "caccia" Obama dalla Casa Bianca

Abu Mazen insieme a Ban Ki-moon (Ansa) Abu Mazen insieme a Ban Ki-moon (Ansa)

Nel perseguire una politica conservatrice, quello che in realtà sembra sfuggire al governo di Netanyahu è che l’attuale mondo arabo è molto differente da quello che Israele ha conosciuto sinora. Un mondo arabo in cui i vicini attori mediorientali (Turchia e Iran) stanno occupando il vuoto di potere che Washington riesce sempre meno a recuperare, e la cui base di legittimità si basa proprio sulla lotta contro l’irredentismo sionista. Senza considerare che in termini di vantaggi relativi, per la Turchia perdere un alleato come Israele in questo momento potrebbe essere un’opportunità mentre per Israele lasciar crollare l’appoggio di Ankara vorrebbe dire chiudere anche quell’unica breccia nelle lunghe mura del suo isolamento regionale.

Nel nuovo contesto mediorientale, dunque, la sicurezza di Israele è sempre più precaria, mentre le prospettive di un nuovo conflitto arabo-israeliano sempre più concrete; un contesto dove, inoltre, la garanzia della vittoria in virtù della superiorità militare appare anche sempre meno scontata, se si pensa alle lunghe e poco risolutive guerre che proprio l’America, il principale alleato di Israele, ha condotto negli ultimi 10 anni in Medio oriente (Afghanistan e Iraq). E in virtù delle quali, oltretutto, il supporto militare degli Usa, fagocitati dal loro debito pubblico e sempre meno disposti e sperperare risorse all’estero, sarebbe - adesso più che mai - difficile e costoso. 

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