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SCENARI/ Le verità "scomode" su Israele e Palestina

Pubblicazione:giovedì 29 settembre 2011

Abu Mazen (Foto Ansa) Abu Mazen (Foto Ansa)

Infatti, si parla oggi correttamente di occupazione dei Territori a seguito della guerra del 1967, ma nessuno pare chiedersi perché in quei vent’anni non si è costituito nessun Stato palestinese. Sarà forse bene ricordare che nel 1948 alla guerra contro Israele partecipò la Transgiordania, l’unica a uscirne vittoriosa grazie alla Legione Araba comandata dall’inglese Glubb Pascià, e che solo dopo il 1948 si chiamò Giordania, avendo annesso la Cisgiordania e Gerusalemme Est.

Difficile quindi dare torto a chi sostiene che uno Stato palestinese esisteva di fatto già da allora, appunto la Giordania, in cui erano stati inglobati i territori attribuiti dall’Onu agli arabi, con l’eccezione di Gaza, occupata nello stesso periodo dall’Egitto. Vi è da annotare che, anche senza Gerusalemme Est e Cisgiordania occupate ora da Israele, circa il 40% della popolazione della Giordania è di origine palestinese.

In quegli anni vi è stata forse una possibilità concreta di risolvere il problema, ma mantenere la situazione di conflitto era probabilmente funzionale alla Guerra Fredda (se gli Usa sostenevano Israele, l’Urss e i suoi sostenitori occidentali appoggiavano in tutti i modi l’Olp “rivoluzionaria”) e gli arabi avevano come obiettivo principale la distruzione di Israele, tuttora perseguita da Hamas e già presente nello statuto di Al Fatah. Anche oggi rimane difficile ogni trattativa che non preveda esplicitamente, e senza riserve, il diritto all’esistenza di Israele.

Marina Calculli pone l’accento su un altro grande ostacolo alla pace: il problema dei profughi palestinesi che, scrivendo dal Libano, ha sotto gli occhi in tutta la sua drammaticità. Porre il cosiddetto “diritto del rientro” come uno dei punti preliminari a una pace definitiva è l’equivalente arabo degli insediamenti israeliani, dato che Israele non potrebbe mai sostenere il peso del rientro di milioni di questi profughi.

Ci si potrebbe domandare, però, perché le organizzazioni palestinesi e i paesi arabi fratelli non sono riusciti a risolvere questo problema, nonostante i notevoli aiuti finanziari provenienti un po’ da tutto il mondo. Ora i profughi si calcolano essere milioni, ma nel 1948 furono costretti a lasciare le loro case, si stima, circa 750mila palestinesi. In quegli stessi anni, milioni di tedeschi e di polacchi furono cacciati dai territori tedeschi diventati polacchi, e da quelli polacchi annessi all’Urss. In quegli stessi anni, da 200 a 350mila italiani furono cacciati da Dalmazia e Istria. E si parla raramente degli ebrei espulsi, dopo la costituzione dello Stato di Israele, dal Nordafrica e da altri paesi arabi del Medio Oriente, in un numero equivalente a quello dei profughi palestinesi del ‘48.

Questi milioni di profughi sono riusciti a integrarsi in una nuova Patria di cui i loro figli sono ora liberi cittadini, sia pure con molte difficoltà, quando non con vere e proprie tragedie familiari, mentre solo i palestinesi sono da allora ancora nei campi profughi. I tedeschi non sono tornati in Slesia, né gli italiani in Dalmazia o Istria, o i polacchi nelle loro terre di origine, e una loro richiesta in tal senso sarebbe giudicata improponibile, o provocatoriamente revanscista nei confronti degli Stati che ora occupano quei territori a seguito della Seconda guerra mondiale.


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