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LIBIA/ Ecco tutte le incognite del dopo Gheddafi

Pubblicazione:lunedì 5 settembre 2011 - Ultimo aggiornamento:giovedì 8 settembre 2011, 15.18

Foto: Ansa Foto: Ansa

Ora, le fratture tra le diverse componenti  del fronte anti Gheddafi costituiscono un problema molto serio. Già durante i primi mesi di combattimento era chiaramente emerso come coloro che per praticità venivano chiamati “ribelli” fossero in realtà la risultante dei diversi gruppi tribali che per anni hanno convissuto in Libia e che, fin’ora, in questa guerra, hanno lottato fianco a fianco, uniti dal minimo comun denominatore dell’abbattimento di Gheddafi. Ma ora la fine del raìs potrebbe segnare l’inizio della vera lotta per il potere in Libia proprio all’interno della coalizione anti-gheddafiana: laici ed islamici, progressisti e conservatori, esponenti di gruppi etnici e tribali, e tra questi soprattutto quei berberi che hanno contribuito all’assalto finale a Tripoli. Da non dimenticare, poi, lo spettro dei radicali islamisti, ritenuti da alcuni i più preparati ed organizzati nelle diverse fasi dei combattimenti. Se davvero si vorrà dare vita a una nuova Libia sarà, dunque, necessario, in primo luogo, creare una difficile unità tra i diversi interessi, operazione affatto semplice ma assolutamente necessaria per un concreto e decisivo processo di nation building.

Sulle strade di Tripoli che festeggia “la liberazione” il potere della resistenza lealista sembra oramai esaurito e con ogni probabilità nelle ultime roccaforti rimaste ai fedeli del raìs, prima tra tutte la città di Sirte, i ribelli, ancora sostenuti dalle forze Nato (così è stato stabilito nel vertice di Parigi), non dovrebbero trovare grosse “difficoltà all’ingresso”, sempre che non siano gli stessi lealisti ad accettare l’ultimatum degli insorti. Inutile, però, farsi illusioni e credere che i fedeli al raìs abbiano abbandonato per sempre le proprie velleità. Con ogni probabilità si tratta di un temporaneo allentamento della morsa, in previsione di un ritorno al momento giusto; quando, cioè, ci sarà da spartirsi il potere, con una possibile conseguente lotta fratricida tra vincitori e vinti.

Le incognite del dopo Gheddafi appaiono molte e di non facile soluzione ed è probabile che  in Libia la guerra non finirà con la fine del leader che per più di un quarantennio ne ha retto le sorti. Nonostante tutto, però, resiste la speranza che la fine della dittatura segni anche l’inizio della pacificazione tra le genti libiche e magari di uno stato unitario che non sia retto da una “egocentrica” Jamahiriya ma da un concreto apparato istituzionale. Ma la Libia non si stabilizzerà in tempi rapidi né con facilità, e per questo è necessario un grande sforzo non solo da parte dei libici, ma anche da parte di coloro che fin qui li hanno aiutati, nella consapevolezza che per aiutare concretamente il paese è necessario sostenere un processo di riforme politiche, sociali, economiche e istituzionali che “nasce da zero” e non limitarsi soltanto ad accordi economici utili per avere un “posto a tavola” nella partita della ricostruzione e nello sfruttamento delle risorse energetiche.



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