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SCENARI/ Dalla Libia alla Siria, identikit del "nuovo islam" che vuole il potere

Pubblicazione:mercoledì 7 settembre 2011

In Libia (Ansa) In Libia (Ansa)

Mentre la persistenza delle Intifade arabe del 2011 continua a manifestarci la sua indefessa potenzialità di produrre cambiamento sistemico - la caduta di Gheddafi, nonostante il suo fantasma riappaia a intermittenza, è l’ultimo anello di una catena che non ha sicuramente esaurito la capacità di agganciare maglie (il prossimo forse sarà Bashar al Assad?) - quello che sembra sempre più prospettarsi come futura realtà dei sistemi politici arabi è il sorgere di un nuovo nazionalismo islamista. In Egitto i Fratelli Musulmani appaiono tra le formazioni politiche meglio pronte a reggere la competizione elettorale prevista con buona probabilità per novembre; in Tunisia il partito islamico Al-Nahda (“Il rinascimento”), all’interno della futura assemblea costituente, è senza dubbio il partito con più chances di guidare l’agognata transizione per farla approdare, prima o poi, a qualche nuova sintesi politica; in Libia il Comitato nazionale di transizione (Cnt) ha dichiarato che la sharia, la legge islamica, sarà alla base del nuovo Stato.

Se ripercorriamo la storia recente del mondo arabo, questa rapida conformazione della realtà politica, una volta messi fuori gioco i dittatori e custodi del vecchio ordine, non è poi così sorprendente: a partire dagli anni 70 del XX secolo, infatti, i movimenti islamisti - più e meno radicali - hanno inaugurato faticose campagne di proselitismo, crescendo all’interno delle realtà nazionali arabe e imponendosi nella struttura dei vari sistemi politici come la principale forza di opposizione al potere. Tali forze di ispirazione islamica, indipendenti dai regimi politici, sia nelle repubbliche basate sul socialismo e la laicità dello Stato, sia nelle monarchie che pure trovavano nell’Islam il fondamento della legittimità del potere, hanno rappresentato la più forte sfida alle pratiche autoritarie illiberali e coercitive con cui le élites politiche si assicuravano la continuità del potere. Se andiamo a guardare i programmi politici di partiti - legali o no - e delle organizzazioni a referenza islamica, dal Mediterraneo al Golfo Persico, dai Fratelli Musulmani d’Egitto al gruppo islamico Jeddah dell’Arabia Saudita, ci potrebbe sembrare di leggere una carta di principi delle forze politiche progressiste dell’Europa degli anni 70: eguaglianza di sessi, equità socio-economica e politiche redistributive, protezione dei diritti civili e delle libertà individuali e protezione dei diritti umani. I gruppi a referenza islamica nel mondo arabo hanno, in altri termini, rappresentato negli ultimi trent’anni l’unica e vera voce di protesta contro il clientelismo, la corruzione e la cleptocrazia delle élites autoritarie arabe mentre molti attivisti hanno pagato con la prigione, la tortura o l’eliminazione fisica le loro attività di proselitismo.


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