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Esteri

11 SETTEMBRE/ 1. Parsi: perché oggi siamo meno liberi di prima?

“Quello che non è più come prima? Il grado delle nostre libertà, delle libertà civili negli Stati Uniti e in Europa”. VITTORIO EMANUELE PARSI sull’11 settembre. E sul dopo

L'attacco alle Torri gemelle, 11 settembre 2001 (Immagine d'archivio)L'attacco alle Torri gemelle, 11 settembre 2001 (Immagine d'archivio)

«È cambiato molto meno di quel che pensavamo, il mondo, con l’11 settembre. Quello che non è più come prima è il grado delle nostre libertà, delle libertà civili negli Stati Uniti e in Europa». A dieci anni dall’attacco terrorista contro le torri del World Trade Center, che portò per la prima volta sulla scena della storia una guerra anomala e strisciante, è questo il bilancio di Vittorio Emanuele Parsi, esperto di Relazioni internazionali, della data più inoppugnabile dell’ultimo decennio.

L’America era in piena era Bush, il presidente forse meno amato dall’Europa. L’attacco terroristico di Osama bin Laden al cuore dell’«impero» americano spiazzò gli Usa, che reagirono subito con la guerra. Ma Osama non era a capo di uno stato. Non sapendo dove e come mirare al cavaliere, Bush mirò al cavallo, anzi a uno dei cavalli, l’Afghanistan - fra tutti non il principale ma il più vulnerabile - aprendo così un  vaso di Pandora che ancora non si è chiuso. «La lezione strategica? Non si può più aprire un fronte di guerra nuovo prima di averne chiuso uno vecchio. Non si può portare la guerra in Iraq prima di aver chiuso quella in Afghanistan, di cui ancora non si vede la fine» dice Parsi. «In ogni caso, il dato più importante è che il jihadismo mondiale ha chiuso la sua parabola. È questo che conta. Prima ha colpito le Twin Towers con un attacco altamente simbolico, poi è toccato all’Europa, a Madrid e a Londra. Ma è stato l’ultimo atto, perché l’occidente ha risposto e il terrore non è più stato in grado di offendere. No, il terrore globale non esiste più».

Un passo indietro. Dopo l’attacco l’amministrazione Bush intraprese una nuova via della politica. Mise in archivio il «multilateralismo», nella convinzione che un mondo post 11 settembre richiedesse l’azione determinante di un attore principale decisivo, gli Stati Uniti. Nondimeno proprio l’America coinvolse gli alleati occidentali in quella strategia del «working toghether», finalizzata a «lavorare insieme» per difendere la civiltà contro il terrore e i suoi amici. L’Afghanistan, ma soprattutto l’Iraq sono stati lo scenario di questa «coalizione dei volonterosi», arruolata per mettere la parola fine al regime di Saddam. Poi l’America si è scelta un altro presidente. Obama, dal canto suo, ha inaugurato in Libia un’altra strategia, quella del «leading from behind», mettere in condizione gli attori «buoni» di giocare un loro ruolo attivo nel processo di cambiamento. Una cosa completamente differente da quella che aveva in mente Bush. «Lei mi chiede un bilancio di questa formula, la realtà è che oggi non ci sono neppure più le condizioni per immaginare qualcosa di diverso. Gli Stati Uniti hanno dimostrato sul campo di non avere la capacità politica e militare per mantenere in ordine un sistema multipolare e il caso della Libia è la presa d’atto di questa nuova situazione. Ora gli Stati Uniti sono molto più interessati all’Egitto come stato-cerniera tra Levante e Maghreb, e coerentemente hanno lasciato che fossero gli europei, Francia in testa, a guidare l’operazione in Libia. È una scelta - sia pure fortemente condizionata dal contesto mutato - che dà senz’altro all’Europa una maggiore responsabilità».