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Esteri

SCENARIO/ Quel realismo che può salvare l’Europa dalla Germania

LUCA GINO CASTELLIN ci ricorda la lezione sul realismo cristiano di Reinhold Niebuhr, che potrebbe ritornare oggi utile per ricompattare l’Europa divisa dalla crisi

Angela Merkel (Infophoto)Angela Merkel (Infophoto)

In The Irony of American History del 1952, riflettendo sui rischi e le responsabilità a cui gli Stati Uniti erano stati chiamati dai grandi cambiamenti avvenuti nel sistema internazionale, Reinhold Niebuhr invitava il proprio Paese a non perdersi in linee di politica estera caratterizzate dall’idealismo. Pertanto, chiedeva con forza all’America di allontanare da sé ogni convinzione di essere la nazione più virtuosa del mondo. Una tale scelta avrebbe infatti prodotto nuovamente l’irrompere dell’“ironia” nelle vicende politiche americane, spingendo così i sogni degli Stati Uniti a essere sempre infranti dalla storia.

Per il teologo protestante, nelle situazioni ironiche la virtù diventa vizio per qualche difetto nascosto nella stessa virtù, la forza si fa debolezza a causa della vanità a cui la forza può spingere una nazione potente, la sicurezza si tramuta in insicurezza perché vi è riposta eccessiva fiducia e la saggezza diventa follia dal momento che non si conoscono (o non si ha coscienza) i propri limiti. Al tempo stesso, proprio per evitare una deriva idealista, Niebuhr suggeriva agli Stati Uniti di elaborare strategie realistiche nei confronti delle numerose questioni che si stavano affacciando nel sistema internazionale.

Nel far ciò, tuttavia, ammoniva il Paese a non cadere nel pericolo opposto di raggrinzirsi in una posizione eminentemente cinica. L’America - secondo il teologo protestante - correva il grave rischio di affermare una concezione dell’interesse nazionale troppo ridotta, ossia incapace di cogliere l’esistenza del legittimo interesse degli altri Stati. Miope ed egoistica, una tale visione dell’interesse nazionale non poteva infatti che condurre gli Stati Uniti su una strada sbagliata. Una strada lungo la quale ogni anelito alla pace e alla giustizia tra le nazioni, benché idealmente proclamato o tentativamente perseguito, sarebbe stato pressoché precluso dal tortuoso dramma della storia.

La soluzione che Niebuhr offriva agli Stati Uniti per fuggire i due corni del dilemma tra idealismo sentimentale e realismo cinico era quella di applicare alle vicende interne e internazionali del Paese lo sguardo del “realismo cristiano”. Quest’ultimo, secondo l’autore, rappresentava un metodo di conoscenza che, avanzando la pretesa di tener conto di tutti i fattori della realtà, poteva così condurre a un suo più adeguato intendimento. Il “realismo cristiano”, riconoscendo l’ambiguità di ogni azione politica, ossia la compresenza tanto del bene quanto del male in ciascuna opzione, non solo avrebbe permesso una desacralizzazione della politica estera, ma avrebbe anche e soprattutto costituito un rifiuto del mondo hobbesiano.

A sessant’anni di distanza dalla pubblicazione del volume, pur con una situazione internazionale radicalmente trasformata, i suggerimenti di Niebuhr non hanno affatto perso il loro valore. Anzi, appaiono oggi ancora più stringenti non soltanto per l’America (in un sistema politico globale ormai sempre più multipolare), ma anche per i paesi dell’Unione europea impegnati in una lotta contro il tempo e contro la speculazione internazionale. In particolare, la necessità di cambiare rotta e acquisire una visione realista ma piena di speranza del presente e del futuro del Vecchio continente appare imprescindibile per la Germania.