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GENOCIDIO ARMENO/ Così la legge sulla memoria fa "esplodere" la Turchia

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Nicolas Sarkozy (Foto: Infophoto)  Nicolas Sarkozy (Foto: Infophoto)

Tornando alla vicenda dei nostri giorni, ci si può domandare se abbia molto senso, e addirittura se non abbia paradossalmente venature neo-autoritarie, il varo di leggi che trasformano in un reato penale la negazione dei genocidi. In Francia già era stato fatto con il genocidio nazista degli ebrei, la Shoah, e adesso lo si va a fare con quello turco degli armeni. E’ vero che la tendenza a ridurre anche i fatti ad opinione è un pericoloso cancro del mondo in cui viviamo, ma non è con le sanzioni legali che si possono vincere battaglie che vanno combattute piuttosto con la virtù cardinale della fermezza e con le armi della ragione. Ciò premesso - prima di essere una spada di Damocle sempre pendente sulle sue relazioni internazionali in particolare ma non solo con la Francia e gli Stati Uniti (dove pure gli armeni sono oggi numerosi) - la pretesa della Turchia ufficiale di negare il genocidio armeno in primo luogo non fa bene alla Turchia stessa. Una colossale censura di questo genere, infatti, provoca per contraccolpo tutta una serie di altre censure e di altre menzogne nella vita pubblica della Turchia: in primo luogo l’idea che possa esserci una realtà ufficiale diversa dalla realtà senza aggettivi, il che non aiuta questo grande Paese a fare i conti con se stesso. Rientra a mio avviso in tale preoccupante prospettiva anche il mito dell’ingresso nell’Unione Europea. La Turchia è la metropoli di un lungo arco di popoli turcofoni che inizia nella Cina nord-orientale e arriva fino ad Adrianopoli, fino al suo lembo di territorio che si estende in Europa (che però non basta a farla definire un paese europeo non meno di quanto le città di Ceuta e Melilla, ex claves spagnole sulla costa del Marocco, non basterebbero a far definire la Spagna un paese africano).

Combinandosi con la sua collocazione ai confini con l’Europa, il suo ruolo di principale paese turcofono dà alla Turchia una importante funzione potenziale di tramite tra Occidente e Asia centrale che invece perderebbe se diventasse l’ultimo membro dell’Unione Europea. Invece di cullarla in un’illusione che tutti sappiamo resterà tale, l’Unione Europea dovrebbe piuttosto proporre alla Turchia delle relazioni di speciale prossimità in quella prospettiva. Altrimenti, come adesso sta facendo, Ankara cerca di consolarsi della lunga attesa nell’anticamera dell’Unione Europea volgendosi sulle orme del suo passato ottomano verso la Siria e la Mesopotamia (oggi Iraq), dove i turchi sono tanto popolari quanto i tedeschi in Polonia: una strada che la porta per di più all’attrito con l’Iran. E noi, che siamo l’unico paese membro del G8 esclusivamente bagnato dal Mediterraneo, non ce ne occupiamo perché troppo assorbiti dalla vertenza dei tassisti e da quella dei farmacisti?



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COMMENTI
25/01/2012 - ben detto! (alberto cremona)

Grazie, un ottimo articolo... è incredibile la totale assenza di politica estera italiana ma anche europea: ubbidiamo solo ai nostri padroni israeliani, ma così saremo sempre e solo più saccheggiati e rovinati.