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USA/ Così Obama si prepara ad "attaccare" la Cina

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 Ad attirare non poche preoccupazioni, quando non vere e proprie invettive, da parte della Cina è stato invece l’annuncio di Obama di una prossima e crescente presenza strategico-militare degli Stati Uniti in Australia. L’aumento del numero di marines presenti nel Paese e l’intensificazione dei rapporti tra le due marine militari hanno prodotto molte critiche di Pechino. Le critiche cinesi riguardano soprattutto i forti interessi che gli Stati Uniti mostrano verso il Mare Cinese Meridionale. Una zona di mare non solo ricca di riserve di petrolio e gas naturale, ma anche strategica per il controllo delle rotte commerciali dell’intero sud-est asiatico. È allora facile comprendere la strenua competizione e i forti toni diplomatici con cui Washington e Pechino giocano la loro battaglia politica nell’area del Pacifico.

In questo inizio del 2012, però, sono altri i fatti che stanno calamitando l’attenzione internazionale. Il primo anniversario delle rivolte arabe e i verdetti delle elezioni nei Paesi coinvolti, le tensioni con l’Iran in merito al programma nucleare e allo Stretto di Hormuz, riportano lo sguardo sul (dis)ordine del Medio e Vicino Oriente. Tuttavia, le linee di una nuova politica estera asiatica espresse dalla Clinton non costituiscono un semplice e forse frettoloso ‘balzo in avanti’, è assai probabile che esse vengano mantenute persino dopo le elezioni presidenziali di novembre, anche nell’ipotesi in cui dovesse prevalere un candidato repubblicano. E ciò anche in relazione alla presentazione al Pentagono del documento Sustaining U.S. Global Leadership: Priorities for 21st Century Defense, con cui Obama e il Segretario alla Difesa, Leon Panetta, hanno illustrato il futuro della strategia militare americana. Una strategia sempre più basata sul navalismo e meno propensa a lunghe operazione di occupazione terrestre (come le recenti operazioni in Afghanistan e Iraq). Una strategia che, inoltre, non solo chiede alla Nato di prendersi sempre più cura del Mediterraneo e dei suoi Paesi rivieraschi, ma che lascia gli Stati Uniti ancora più liberi di rivedere le proprie priorità geopolitiche.

Appare pertanto quasi profetica l’idea, avanzata fin dalla prima metà degli anni Venti del secolo scorso dallo storico e internazionalista inglese Arnold J. Toynbee, di uno spostamento del «centro degli affari internazionali» dall’Atlantico al Pacifico. In un crescendo di tensioni, dovute all’approvvigionamento energetico e alle rivalità economico-politiche, il futuro dell’America sembra destinato ad essere sempre più Pacifico.

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