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SCENARIO/ Chi sceglierà il mondo arabo tra Usa ed Europa?

Folla in Egitto (Infophoto) Folla in Egitto (Infophoto)

Qualche anno dopo, nel 2008, è stato Sarkozy, i cui “disegni mediterranei” non sono mai stati un segreto, a spingere per un drastico restyling del partenariato, con l’Unione per il Mediterraneo che, però, a tutt’oggi non è stata in grado di conseguire nessuno degli obiettivi previsti. Ultimo, in ordine di tempo, è il Partenariato per la Democrazia e la Prosperità Condivisa con il Mediterraneo Meridionale, un documento approvato dal Consiglio Europeo Straordinario l’11 marzo del 2011, in cui vengono indicati i nuovi obiettivi della politica euro mediterranea, in risposta agli scenari che si stanno delineando nell’area. Anche in questo caso, seppure sia ancora presto per fornire un bilancio, sembra che i risultati tardino ad arrivare.

Nonostante i buoni propositi, dunque, le politiche euro mediterranee, finora, si sono limitate alle parole e l’Europa non è stata né in grado di dare vita a una concreta politica di lungo termine né di porsi come un interlocutore credibile, procedendo in ordine sparso e frammentato, senza un’unica voce e, a volte, con un certo “dilettantismo”. 

Che il 2012 possa essere difficilmente l’anno della svolta si evince da considerazioni, se vogliamo, piuttosto “banali”: l’Europa è alle prese con seri problemi nel cortile di casa e difficilmente troverà il tempo e le energie necessarie per andare in soccorso dei propri vicini. La cosa più opportuna, e meno faticosa, da mettere in atto in “tempi di crisi” è rinunciare a qualsiasi ruolo: nessun ruolo nei massacri siriani, se non qualche dichiarazione di condanna, evidentemente inascoltata, nessun ruolo concreto nella tanto declamata transizione democratica tunisina e, soprattutto, egiziana. 

Se nel caso egiziano la posizione europea appare dettata da una certa “pigrizia”, nel caso della Siria è possibile intravedere da parte di Bruxelles anche un disegno diverso, collimante in buona parte con quello di Washington, segnato da “neri presagi”. In un momento in cui l’Unione europea è impegnata a risolvere una della più grandi crisi economico-finanziarie della sua storia, aprire il vaso di pandora siriano vorrebbe dire rischiare uno scenario post Assad peggiore di quello attuale. Un rovesciamento dello status quo, in altre parole, aprirebbe scenari complessi ed incerti che andrebbero gestiti con grande dispendio di energie e questo sarebbe, tanto in termini politici quanto economici, un impegno troppo gravoso per “l’attuale” Europa. 

La Siria ricopre, infatti, una posizione geopolitica estremamente delicata, essendo uno dei pivot dell’intera regione mediorientale e, pertanto, un cambiamento di regime a Damasco avrebbe un sicuro impatto anche fuori dai confini nazionali, rischiando di destabilizzare equilibri assai fragili e precari. Non va infatti dimenticato il legame tra il regime di Assad e l’Iran di Ahmadinejad, che proprio in questi giorni sta preoccupando più del solito le cancellerie europee e americane con nuovi test nucleari ed esercitazioni militari che sembrano una chiara prova di forza, e una non tanto velata minaccia nei confronti dell’occidente.