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ELEZIONI USA/ Tra Obama e Romney ha già "vinto" Kennedy...

Pubblicazione:lunedì 1 ottobre 2012

Barack Obama (InfoPhoto) Barack Obama (InfoPhoto)

Il 3 ottobre il presidente Barack Obama e lo sfidante, il prescelto dei Repubblicani, il sessantacinquenne Willard Mitt Romney, si affronteranno per la prima volta in un pubblico dibattito televisivo. Molti considerano questi confronti decisivi ai fini dell’esito del voto del 6 novembre. Ne seguiranno altri due, il 16 ed il 22, intramezzati dal “Dibattito vice-presidenziale” dell’11 ottobre.

Roba che bisogna guardare, anche quello dei “vice”, Biden e Ryan, i due cattolici che si fronteggiano da sponde opposte. Siamo al culmine della campagna elettorale, alla sfida in diretta dei duellanti, ed il confronto sarà duro. Per quello che può esserlo in America. Già, ma com’è il confronto politico in America? Cos’è la politica, la gestione della “res publica” per gli americani? Non è facile farsene un’idea a meno che si viva qua da un pezzo. Anche gli osservatori più attenti dovrebbero essere un pochino più attenti e venire ad osservare sul campo.

Ma non solo sul “campo elettorale”, perché quello che accade (e non accade) durante la campagna presidenziale (ed in parte durante quella delle elezioni “mid-term”), viene da più lontano. Come sempre ci vogliono tempo e condivisione per capire qualcosa che non si conosce. In questo mese e poco più che ci separa dall’Election Day vorrei provare ad offrirvi qualche notizia e qualche osservazione con l’obiettivo (ambizioso?) di farvi guardare a quel che sta succedendo qua “out of the box”, al di là degli stereotipi interpretativi tipici della politica italiana. Non dico “condividere”, ma capire qualcosa, sì. Per cominciare a capire mi pare proprio che ci sia una premessa da fare su come un cittadino statunitense concepisce la “cosa pubblica”.

Senza avventurarci in disquisizioni filosofiche (abbiamo già scomodato Aristotele), si può semplicemente dire che l’americano non si aspetta altro dal suo paese che… la strada da correre, la prateria da conquistare, una terra da coltivare. O per dirla con le parole della “Declaration of Independence” del 1776, si aspetta che lo Stato – e quindi la politica – difendano, affermino e diano spazio ai tre grandi diritti inalienabili su cui è fondato questo paese: vita, libertà e ricerca della felicità.

E se vogliamo dirla con John F. Kennedy, usando le parole del suo arcinoto “Inaugural Speech” (discorso di investitura, 20 gennaio 1961), “non chiedete cosa possa fare il Paese per voi: chiedete cosa potete fare voi per il Paese”. Certo, oggi come oggi l’America si dibatte nella palude di una crisi economica epocale, con un tasso reale di disoccupazione ben oltre il 10%, e tutti vorrebbero che il presidente (nuovo, o il vecchio che sia) sapesse cosa fare per il Paese, fosse in grado di guidare la nazione verso lidi sicuri. Tutti vorrebbero qualcuno in grado di operare il miracolo del cambiamento. Ma non per essere “a posto”, per poter ripartire alla conquista della prateria.


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