BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Esteri

OBAMA VS. ROMNEY/ Quale sarà il volto degli USA nel mondo?

L'esito del duello tra Romney e Obama avrà conseguenze non solo sulla politica interna della Casa Bianca, ma anche su quella estera. LUCA GINO CASTELLIN ne parla a IlSussidiario.net

Romney e Obama (Foto: Infophoto)Romney e Obama (Foto: Infophoto)

«Un incubo per Israele se vince Obama». Non poteva essere più esplicito Rupert Murdoch. Qualche giorno fa, dal suo profilo twitter il magnete australiano ha ribadito l’appoggio a Mitt Romney in modo molto deciso, quasi fragoroso. Ma, al di là della ruvida e abrasiva polemica, quale visione – se una visione davvero esiste – offre il candidato repubblicano del ruolo dell’America nel mondo? In che cosa si discosta da quella di Obama?
In una campagna elettorale, durante la quale ben poco si è parlato di temi internazionali, anche perché l’attenzione di tutti negli Stati Uniti è puntata sul grave problema della disoccupazione, l’ex governatore del Massachussets ha avuto modo di esporre le linee fondamentali della sua politica estera in discorso al Virginia Military Institute. Un discorso che occorre analizzare per cercare di individuare i punti di forza o di debolezza di un’eventuale presidenza repubblicana. «La speranza», ha affermato il candidato del Grand Old Party nel tentativo di evidenziare l’inazione dell’attuale inquilino della Casa Bianca, «non è una strategia». Il principio del leading from behind di Obama, secondo il suo sfidante, non funziona ed è al tempo stesso pericoloso. L’attentato di Bengasi ne sarebbe la cartina di tornasole più evidente.
Alla vigilia del secondo duello tra i candidati, Hillary Clinton si è assunta la piena responsabilità per negligenze o errori commessi in Libia, liberando in parte Obama da un pesante fardello. Ma ciò non ha impedito a Romney di tentare di assestare un colpo al presidente, accusandolo di non aver da subito definito come ‘terroristico’ l’attacco in cui perse la vita l’ambasciatore Chris Stevens. Una chance che il candidato repubblicano ha però mal giocato, finendo per essere smentito perfino dalla giornalista televisiva della Cnn Candy Crowley, che conduceva il dibattito dalla Hofstra University.
Qualche giorno prima in Virginia, di fronte agli studenti dell’accademia militare, Romney ha invece riproposto un ruolo più muscolare dell’America nel mondo. In questa prospettiva, devono essere considerate le roboanti dichiarazioni contrarie alla riorganizzazione delle forze armate americane annunciata lo scorso gennaio da Leon Panetta. In tal senso, le critiche di Romney non appaiono molto fondate. La nuova strategia inaugurata dall’attuale Segretario alla Difesa, infatti, che era già stata sostanzialmente pianificata dal suo predecessore repubblicano Robert Gates, costituisce un’utile razionalizzazione delle spese per progetti di sviluppo di sistemi d’arma che non hanno dato i risultati sperati (come, per esempio, il Future Combat System). In una condizione di scarsità delle risorse, causata anche dalla assai difficile congiuntura economica, si è pertanto deciso di aggiustare un bilancio della difesa sempre più onnivoro e dispendioso. D’altra parte, anche l’invito – alquanto ragionevole – agli altri Paesi della Nato a contribuire maggiormente al budget dell’Alleanza atlantica (che ricade ancora oggi quasi per intero sugli Stati Uniti), non è una novità. È, piuttosto, un mantra che viene continuamente ripetuto da qualsiasi presidente americano, ma a cui gli altri membri fanno orecchie da mercante.
Per quanto possa apparire anacronistico, l’avvertimento a Vladimir Putin su una rinnovata intransigenza statunitense nei suoi confronti rappresenta un tentativo di risposta alla maggiore imprevedibilità della Russia sullo scenario internazionale. Dopo la fine della Guerra fredda, la scacchiera su cui si sfidavano Usa e Urss è stata rovesciata. Romney sembra pertanto convinto del fatto che l’America debba saper anticipare le mosse di Mosca, piuttosto che risponderle in seconda battuta. Se così non fosse, e l’attenzione verso l’ex nemico sovietico rappresentasse soltanto la riproposizione di uno sguardo ‘vecchio’ sulla politica internazionale, sarebbe utile ricordare a Romney – e ai suoi consiglieri – che neppure la nostalgia può essere una strategia.