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DIARIO DAGLI USA/ Una “lista” può scacciare l’incubo di Obama

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Per cui la giornata di oggi è stata in gran parte dedicata all'inserimento dei dati e al lavoro sui risultati che ne sono emersi. Ma c'è stato anche il tempo per un banchetto, verso sera, sempre nella zona della Temple University. Durante il tempo trascorso lì, si è avvicinato un ragazzo di colore, molto simpatico, ma un po' estremista. Ci spiega che lui non voterà mai più, perché le elezioni non contano nulla, tanto decide tutto la Federal Reserve (dove l'ho già sentita questa?) e una lunga serie di altre teorie molto più campate in aria di questa.

La domanda però ci scappa: e chi hai votato nel 2008? "Obama" risponde "perché era nero come me e ci aveva dato una speranza". Nella sua risposta sta la chiave per vincere o perdere le elezioni, tra due settimane: Obama ha dato una speranza a un popolo, promettendogli un cambiamento. E in parte, al netto delle critiche, l'ha anche iniziato: la riforma della sanità, per quanto zoppa, è una rivoluzione culturale per gli standard locali. La nuova organizzazione della scuola pubblica sta dando i suoi frutti ed è stato un altro provvedimento importante per le fasce meno abbienti della popolazione americana. Ma non basta, Obama per vincere deve portare alle urne tutto il suo popolo, quello che ha visto in lui per la prima volta l'occasione del riscatto. Ma per riuscirci deve riuscire a riaccendere quella luce che finora non è ancora riuscito ad accendere: il "change", la speranza di un'America diversa, in cui non ci sia più un Girard College a dividere i bianchi dai neri.



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