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DIARIO DAGLI USA/ L’Europa è il nuovo ostacolo al “sogno americano”

A pochi giorni dal voto americano, GIACOMO POSSAMAI torna a raccontarci esperienze vissute in prima persona tra le strade statunitensi: da oggi, spiega, si comincia a fare sul serio 

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Oggi KD, la nostra padrona di casa, ha insistito per portarci nella zona in cui avevamo il banchetto. Doveva andare in centro a recuperare il figlio a scuola e ne ha approfittato per darci un passaggio. E' stato interessante, perché in auto abbiamo fatto un percorso molto diverso da quello che facciamo di solito: siamo passati in mezzo a Faramount Park, il più grande parco urbano d'America, e abbiamo costeggiato lo Schuylkill River, il fiume che taglia a metà la città, celebre per le gare di canottaggio (una sorta di Tamigi locale).

Ma non sono tanto le bellezze naturalistiche ad averci colpito, quanto una frase buttata lì dalla signora a uno stop. "Questa è la nostra chiesa" ha detto. La cosa ci ha incuriosito, perché era a chilometri da casa, e lungo Lincoln Avenue ne avevamo già viste passare parecchie. Perché fare tutta quella strada per andare a messa? E allora abbiamo incominciato a chiedere: "Battista?", "Protestante?", "Cattolica?". Abbiamo provato con tutte le confessioni religiose che ci venivano in mente, ma nulla da fare. E allora è stato il suo turno di rispondere: è la "Unitarian Universalist Church", ci ha detto. Ci spiega che è una chiesa molto liberal, al cui interno si trova un po' di tutto: atei, agnostici, credenti di vario genere. Un'istituzione molto difficile da comprendere per noi, ma non per gli americani: qui la norma è che ogni gruppo si faccia una chiesa, a sua immagine e somiglianza. Per cui c'è la chiesa dei nudisti in Virginia, ma anche quella dei cowboy nell'Iowa. Un po' come noi costituiamo circoli o associazioni. Infatti, da come ce la descrive KD, la sua chiesa sembra più un circolo intellettuale, che un luogo di culto. Un circolo dotato di una certa vena poetica, visto che ossimori come "unitaria" e "universale" perfino Pascoli avrebbe fatto fatica a trovarli.

Ma non è stato l'unico assaggio di America profonda della giornata. Per la prima volta da tre giorni, in momenti diversi, si sono avvicinati al nostro banchetto ragazzi che sostenevano Romney. In fondo, siamo da tre giorni fuori da un'università ed era strano non aver mai avuto occasione di incontrarne uno sino a oggi. Sono due i concetti comuni, che tutti i ragazzi hanno tenuto a ribadire. Il primo: una delle più grandi paure che nutrono è, testuale, "finire come l'Europa". E ti snocciolano la storia di Spagna e Grecia (sorvolano sull'Italia, una volta che hanno capito da dove veniamo).