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SANDY/ Aspettando l'uragano che (forse) ci cambierà la vita

New York, aspettando Sandy (InfoPhoto) New York, aspettando Sandy (InfoPhoto)

Gli americani sanno organizzarsi. Una città grande e complicata come New York, completamente circondata dall’acqua (non so se avete presente, ma tutti i “boroughs” di New York sono isole!), e quindi praticamente indifendibile rispetto ad un serio “attacco dal mare”, sta facendo l’impossibile non solo per resistere, ma per riprendere subito la sua vita normale non appena Sandy se ne sarà andato. Alla televisione si susseguono il Sindaco Bloomberg, il Governatore Cuomo (quello di NY), il Governatore Christie (quello del New Jersey). Continuano a dirci che il peggio deve ancora venire, il vento si infurierà, si farà feroce (già samo a folate da 80/90 kmh), la marea si innalzerà a livelli mai visti, onde a riva alte cinque metri e più... 

Sandy ha lasciato una scia di morte ai Caraibi, non dimentichiamolo. Il peggio deve ancora venire. Stasera, e fino a domani. Ci dicono anche di stare tranquilli, di stare a casa. Le scuole sono chiuse, e cosi gli uffici, i ponti, i tunnels che collegano Brooklyn a Manhattan e il New Jersey a Manhattan. Lo saranno anche domani. Tutti a casa, che si muova solo chi deve, come una nostra figlia che è medico e che sta per avventurarsi alla ricerca di strade ancora aperte che le permettano di arrivare all’ospedale. Dove poi dovrà per forza restare finché Sandy non deciderà di andarsene. Tutti a casa, a seguire in TV quel che madre natura ha deciso di offrirci. 

Finché non va via la corrente. 

Che siano ebrei miscredenti (Bloomberg), radicalmente liberal (Cuomo), conservatori (Christie), il messaggio finale è sempre lo stesso: facciamo tutto quello che si può fare.  E siamo nelle mani di Dio. 

È l’evidenza della realtà. Certe volte occorre un Sandy per ricordarsene. 

 

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