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TERRASANTA/ Israele e Palestina, il conto alla rovescia sta per cominciare

Da ormai quattro anni il processo di pace israelo-palestinese è fermo. Che ci sia una tregua può bastare all’Europa, ma non all’Italia. Il commento di ROBI RONZA

Un bambino palestinese (InfoPhoto) Un bambino palestinese (InfoPhoto)

Come nell’Occidente in generale così anche nell’Unione europea in particolare abbiamo tanti interessi in comune, ma non tutti. Di questo stato di cose, che sarebbe saggio e importante smettere di ignorare, il caso del Mediterraneo e del Vicino e Medio Oriente è la riprova più importante. Ai Paesi atlantici basta che questa cruciale parte del mondo sia in tregua. Per i Paesi sud europei, e quindi in primo luogo per l’Italia, ciò è necessario ma non sufficiente. Noi avremmo, anzi abbiamo urgente bisogno che tale regione – un grande mercato in crescita nonché la nostra porta verso l’Asia - sia non soltanto in tregua ma anche in pace e in sviluppo. 

Le esigenze non sono opposte, ma le priorità sono diverse. Poi si tratta di renderle tra loro compatibili senza troppi attriti, ma in primo luogo tale diversità va riconosciuta. E anche su questo non ci è purtroppo di aiuto l’attuale governo, il più “atlantico” degli ultimi decenni; tanto “atlantico” che quando il suo capo ha infine pensato di candidarsi a succedere a se stesso è andato prima a dirlo a New York parlando in inglese all’esclusivo pubblico di uno dei think tanks ove si elabora la politica estera americana.

In questa situazione dispiace ma purtroppo non sorprende la passività del governo di Roma di fronte all’attuale blocco del processo di pace israelo-palestinese. Un blocco che dura ormai da quattro anni, ossia da quando in Israele è al governo Benjamin Netanyahu. Il tempo gioca a favore o contro Israele? È evidente la risposta di Netanyahu a questa domanda, che ad ogni piè sospinto torna alla ribalta della vita pubblica dello Stato ebraico. In realtà farebbe meglio a ripensarci: tutta la storia dimostra che un insediamento costiero, per forte ed efficiente che sia all’origine, a lungo termine o trova un modus vivendi con l’entroterra o viene spazzato via. Sovviene sul medesimo territorio la vicenda degli Stati crociati e altrove quella di tutte le altre esperienze analoghe: dalle antiche colonie greche e più tardi genovesi del Mar Nero agli insediamenti veneziani in Istria e Dalmazia e rispettivamente tedeschi sulla riva sud del Baltico.

Al di là di ciò, che nel caso di Israele pur non è di certo una prospettiva imminente, resta il peso immediato di un focolaio di tensione da cui più o meno derivano anche le crisi ad esso vicine, compresa quella attuale della Siria. Non mi soffermo qui di  nuovo sulla situazione in Siria solo perché mi pare continui a valere a quanto già  scrissi in una precedente occasione