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HAMAS vs ISRAELE/ Jean: la guerra è nelle mani dei Fratelli musulmani

Gaza colpita dall'aeronautica israeliana Gaza colpita dall'aeronautica israeliana

Senza l’Egitto non si può fare guerra in Medio Oriente, con l’Egitto invece sì. Il Cairo è comunque molto dipendente dall’Occidente, molto integrato con gli Usa, ha bisogno degli aiuti di Washington, e anche la Turchia tutto sommato non può tirare troppo la corda. Non vedo quindi dei gravi rischi di un’escalation completa, si tratta soltanto di scontri locali.

 

Oggi però l’Egitto è governato dai Fratelli musulmani. C’è il rischio che reagisca in modo diverso dal passato?

 

Anche se il Cairo decidesse di dare qualche munizione in più ad Hamas, ciò non cambierebbe la sostanza delle cose, in quanto il partito palestinese sarebbe comunque schiacciato da Israele. La forza dei Fratelli musulmani è piuttosto nel fatto che governano un Paese come l’Egitto, il quale sta cercando di riacquistare il suo primato nel mondo arabo. Il presidente Mohamed Morsi potrebbe quindi essere portato a iniziare un braccio di ferro con Israele.

 

In che modo?

 

Per esempio stringendo degli accordi con Iran e Iraq, che rafforzerebbero notevolmente il fronte anti-israeliano nel mondo musulmano.

 

Qual è il punto di non ritorno da non superare?

 

Il punto di non ritorno non c’entra nulla con le dichiarazioni, anzi con le chiacchiere dei politici. La situazione diventerebbe drammatica e insostenibile soltanto se l’Esercito egiziano muovesse nuovamente nella Penisola del Sinai, militarizzandola e creando una minaccia abbastanza forte nei confronti di Israele. Sarebbe altrettanto grave se l’Egitto attuasse delle forti sanzioni contro lo Stato ebraico, per esempio tagliando le forniture di petrolio e di gas. Il presidente Morsi però non potrà superare certi limiti. Gaza è molto vicina alla Siria.

 

C’è il rischio di un’estensione del conflitto?

 

In questo momento in Siria si trovano 500mila palestinesi, che finora non si sono fatti coinvolgere dal conflitto. Una parte consistente di loro, circa la metà, è favorevole ad Assad proprio perché sono riconoscenti per il fatto di averlo accolto. L’altra metà anche per motivi confessionali sta con i sunniti in rivolta contro il presidente siriano. Non si può quindi escludere il rischio che Assad cerchi di estendere il conflitto, lanciando una terza Intifada. Molto dipenderà da che cosa farà Israele, che si trova in una situazione molto difficile perché è molto diviso da un punto di vista politico.

 

(Pietro Vernizzi)

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