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VISTO DA ISRAELE/ Sfaradi (giornalista): è la stessa guerra che dura da 12 anni

La situazione non è grave solo oggi, ma lo è da dodici anni. Gaza è stata completamente evacuata e i gazani non hanno un solo motivo di lanciare missili, dice MICHAEL SFARADI

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La tregua chiesta da Israele per la visita a Gaza del premier egiziano, Hisham Qandil, è sfumata. Proseguono infatti da ieri mattina gli attacchi palestinesi da Gaza verso Israele nonostante l'annuncio del premier Benjamin Netanyahu di uno stop dei raid israeliani. Mentre Israele accusava Hamas di non rispettare la tregua proclamata in concomitanza con la visita in corso nella Striscia di Gaza del premier egiziano Hisham Qandil, il gruppo radicale palestinese a sua volta ha denunciato un nuovo raid dell'aviazione dello Stato ebraico. Per Ilsussidiario.net abbiamo contattato lo scrittore Michael Sfaradi, che ha partecipato come giornalista “embedded”, al seguito delle truppe israeliane, all'operazione “Piombo fuso” del 2009. Attualmente si trova nella zona di Tel Aviv e collabora con la Tel Aviv Jounalist Association scrivendo per due testate web.
“Sono pronto per partire in caso abbiano inizio le operazioni di terra” ci dice e aggiunge: “Non sono un giornalista, ma uno scrittore. Tutto è iniziato nel 2007, quando contattai alcune redazioni per concordare recensioni per il mio primo romanzo Il sorriso della morte. Proprio in quel periodo uscì su uno dei soliti siti nazi-comunisto-islamici la famosa lista dei docenti di religione ebraica: non si trattava di critiche fondate e ragionate, ma solo di un vero e proprio atto di antisemitismo che rischiava, peraltro, di mettere in pericolo persone che non avevano mai fatto nulla di male. Quel fatto mi fece così male che chiesi alla persona con cui ero in contatto, il direttore de L'opinione della libertà, di scrivere un pezzo”.


Qual era il contenuto del pezzo?

Una sorta di condanna, un urlo che servisse a dare la sveglia all'opinione pubblica su un imperante ritorno dell'antisemitismo. Pensavo che quello fosse un caso isolato, ma la redazione continuò a contattarmi e mi chiese altri pezzi. Ho collaborato anche con molte altre testate e sono diventato un giornalista professionista.


Cosa ti ha spinto a seguire le truppe israeliane?

I motivi sono molti, ma ce n'è uno che ha vinto su tutti. Durante la seconda guerra in Libano, quando furono rapiti due soldati israeliani, che tornarono cadaveri, e durante l'operazione “Muro di difesa”, che portò all'azzeramento degli attentati suicidi all'interno del territorio di Israele, la stampa italiana, nella quasi totalità, non riportava mai le notizie per ciò che erano veramente.


Disinformazione? 

Certo, la disinformazione sui media italiani, anche in questi giorni, è vergognosa. Per me stare dieci, venti o trenta passi dietro la prima linea per vivere in prima persona ciò che succedeva e vedere da vicino il comportamento dei soldati di Israele nei confronti dei prigionieri e della popolazione civile, che non ha nulla a che fare con ciò che viene raccontato in Italia, è stato il motivo per andare avanti a raccontare agli italiani la verità dei fatti. E' molto difficile destreggiarsi in un mondo come quello dell'informazione italiana, che è in mano a persone che hanno interesse a non far capire qual è l'oggettività dei fatti.


A chi ti riferisci?