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MEDIO ORIENTE/ Quel "filo verde" che lega Stevens e Gaza

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Militanti di Hamas (InfoPhoto)  Militanti di Hamas (InfoPhoto)

E fin qui tutto secondo i piani, con epurazioni brevi e sostanzialmente indolore, con l’estremismo che vince dovunque e dovunque impone regole liberticide per donne e intellettuali. Ma è in Libia che la faccenda si complica maledettamente, lasciando il campo all’organizzazione di un vero e proprio piano di invasione mascherato da intervento umanitario. La risoluzione Onu 1973/2011 sulla Libia, quella che per intenderci autorizzò la no-fly zone e consentì l’intervento militare a Tripoli, venne deliberata mentre le forze francesi erano già in viaggio verso la Libia. Mesi di battaglia, come testimoniato da fonti arabe e internazionali, non solo con mezzi aerei ma anche con forze di terra, in aperta violazione di una risoluzione già di per sé controversa. Dove Bengasi, ironia della sorte, è la città simbolo della lotta al dittatore. 

E arriva quel 20 ottobre 2011, quando Muammar Gheddafi muore. Sì, muore. Perché dire che è stato ucciso presupporrebbe sapere anche chi lo ha ucciso, mentre ad un anno intero da quel giorno ancora non è dato sapere chi premette il grilletto dell’arma che pose fine alla vita del Colonnello. I suoi presunti assassini muoiono uno dopo l’altro, in circostanze più che misteriose. Addirittura vanno a morire in Francia, mentre si rincorrono voci una più assurda dell’altra, secondo le quali addirittura Assad avrebbe venduto Gheddafi all’Occidente. Fatto sta che l’osso più duro fra i dittatori nordafricani muore senza un perché e senza un colpevole, portandosi appresso i segreti di tutti i leader americani ed europei degli ultimi trent’anni. E proseguendo la linea secondo la quale un certo sistema di rapporti fra Washington, Roma, Tripoli e Mosca va spezzato definitivamente.

Ultimo tassello, la Siria. Che da quando è stato tentato il primo assalto al regime di Assad ancora non cade, mantenendo salda la sbarra di ingresso al quadrante caucasico per gli estremisti salafiti che preparano il califfato globale, estendendolo mentalmente anche alle pendici degli Urali. Mentre il cerchio sta per chiudersi, accade l’irreparabile. Rieccoci a Bengasi, con l’assalto al Consolato e la morte di Stevens. Il film su Maometto, la protesta in tutto il mondo musulmano, le ambasciate messe a ferro e fuoco, i militari stranieri sui tetti delle sedi consolari. Dovunque, ma non a Bengasi, dove Stevens rimane praticamente solo con alcuni funzionari e ci rimette la pelle, mentre i segnali di soccorso e di supporto non arrivano mai a destinazione. La comunicazione tenta di aiutare Obama che però non riesce a spiegare perfettamente l’accaduto, di per sé talmente grave da essere foriero di dimissioni per ogni governante che abbia un minimo di senso dello Stato. 

 


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