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MEDIO ORIENTE/ Quel "filo verde" che lega Stevens e Gaza

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Militanti di Hamas (InfoPhoto)  Militanti di Hamas (InfoPhoto)

Il sogno americano diventa incubo mondiale. Il silenzio delle potenze del Golfo, intente a dare unità alle forze di opposizione estremista siriane, il silenzio dei media, che non fiutano o forse non vogliono fiutare che in quella notte c’è la fine di un percorso e l’inizio di un altro, che oggi vediamo nel fuoco che si riaccende a Gaza e nei territori palestinesi, unico vero obiettivo di tutto questo trambusto, in un quadrante che era sì problematico ma rimaneva perlomeno stabile. Petraeus ha aperto una voragine, che però, nonostante tutto non porterà a nulla in termini di assunzione di responsabilità, come fu per l’Algeria e le sue centinaia di migliaia di morti ammazzati dal 1998 dai terroristi e dall’esercito, nel primo sanguinoso assaggio di primavera araba estremista. Il ricatto del gas è troppo forte e la paura del freddo troppo grande per poter chiedere verità sulle ombre di Algeri. 

Petraeus parla di Al Qaeda come esecutore materiale della morte di Stevens. Ora noi chiediamo a lui: chi è Al Qaeda? Qual è il suo volto? Di chi è strumento? Forse di un non tanto celato terrorismo ad orologeria? Oppure di qualche segreto meccanismo per il quale Osama Bin Laden giace in fondo al mare, assieme a tutte le sue verità, invece che alla sbarra di un tribunale internazionale? La sola cosa certa, e di questo mi prendo ogni responsabilità, è che Stevens aveva visto giusto nel sostenere l’ala moderata e liberale vincente in Libia. Qualcuno forse non ha gradito, perché gli accordi prima della morte di Gheddafi erano altri. Ad Algeri, lo ricordo ancora una volta con dolore, per accordi come questo le anime di donne e uomini liberi giacciono, ormai mute, laddove la voce non ha forza. Perché la paura, nel buio, vince sempre.

 

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