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MEDIO ORIENTE/ Quel "filo verde" che lega Stevens e Gaza

Pubblicazione:domenica 18 novembre 2012

Militanti di Hamas (InfoPhoto) Militanti di Hamas (InfoPhoto)

Caro direttore,
stare all’altro capo dell’Oceano rispetto a Washington non per forza significa che di ciò che accade lì possiamo disinteressarci. Anzi, visto come sono andate le cose da quasi due anni a questa parte, credo che i fatti americani debbano interessarci eccome. Se poi si pensa che le decisioni di Washington hanno condizionato in maniera netta ed inequivocabile la stabilità del quadrante mediterraneo e mediorientale, allora occorre fermarsi e riflettere, guardandosi indietro in maniera intelligente. Certificando che non si tratta di dietrologia ma di realtà.

Non credo di dire una cosa insostenibile quando affermo che la storia americana è fatta, per sua natura, di complotti e di spy stories che hanno finito per condizionare tutte le decisioni del gigante a stelle e strisce. Le parole di Petraeus, ormai dimessosi dalla Cia e libero di raccontare una verità che in moltissimi avevano subdorato o ipotizzato, fanno davvero rabbrividire. L’attacco al Consolato di Bengasi, nel quale ha perso la vita l’ambasciatore Chris Stevens, non è stato un blitz del momento da parte di forze di protesta, ma un attacco terroristico studiato da tempo e ben conosciuto. Insomma, parafrasando le parole di Petraeus, Stevens non sapeva che la sua vita stava per essere messa a repentaglio da un’operazione di Al Qaeda della quale tutti, ad alti livelli e non, erano perfettamente a conoscenza. 

Non devo dire io cosa ha pensato la maggioranza di coloro che hanno ascoltato o letto queste parole, che sconfessano in pieno le dichiarazioni pre elettorali di Barack Obama, che prima mandava avanti Hillary Clinton come scudiera e portatrice della responsabilità di quella notte, e poi caricava tutto di nuovo sulle sue spalle, prendendosi carico della morte di Stevens. Un rimpallo al limite del patetico, oltre che gravissimo dal punto di vista politico, di cui Romney, anche oggi silente, non ha saputo e forse voluto approfittare. 

Ma facendo un passo indietro al febbraio del 2011, quando le rivolte arabe esplosero con fragore a Tunisi e poi al Cairo, possiamo apprezzare come la linea statunitense non si sia mai in realtà discostata da quanto accadde a Bengasi e come quella notte sia solo la conclusione di un percorso. In spregio al diritto internazionale, regola imprescindibile a cui tutte le potenze mondiali dovrebbero attenersi, gli Stati Uniti con in coda la Francia hanno sponsorizzato prima con la diplomazia e poi con le armi le pseudo-rivolte popolari nei Paesi arabi. A Tunisi Ben Ali ha pensato bene di darsela a gambe, lasciando dopo le pressioni americane tutto in mano a un governo di fantocci, prontamente rimpiazzato dall’estremismo organizzato. Idem al Cairo, dove la pressione americana, con la Clinton in testa a fare da alfiere della cacciata di Mubarak facendo sottintendere il rischio dell’intervento, ha fatto si che il potere andasse totalmente in mano alla Fratellanza musulmana, fra incarcerazioni sommarie di blogger e dissidenti, test di verginità per le giovani manifestanti e violenze di massa, celate dalla comunicazione mondiale. 


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