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ISRAELE vs HAMAS/ Nagle: i bombardamenti sono finiti, ma cosa rimane?

Pubblicazione:venerdì 23 novembre 2012

Foto: InfoPhoto Foto: InfoPhoto

I bombardamenti sono finiti, ma cosa rimane? Mi ricordo dell’ultima volta che abbiamo visto questa violenza, solo quattro anni fa. Mi ricordo l’amarezza che ha lasciato dietro di sé. Allora io ero il parroco supplente di Nablus, una città del West Bank. Era sabato. Il giorno prima, alcuni razzi Qassam erano stati sparati da Gaza verso Israele e ora vi erano massici bombardamenti da parte degli israeliani. La piccola comunità cristiana del posto era così spaventata da non voler lasciare le proprie case, così, per la prima volta, io e le suore celebrammo la Santa Messa da soli.

La prima reazione della comunità cristiana fu di rabbia contro quelli che avevano sparato i razzi, mettendo tutti a repentaglio. Ma poi, quando centinaia, anzi più di un migliaio, di palestinesi morirono sotto i bombardamenti israeliani, con molte altre migliaia di feriti o mutilati, la loro rabbia si tramutò in sdegno contro Israele e in una dolorosa sensazione di completa impotenza che stringeva l’anima. Questo è, credo, ciò che è nell’animo del cristiano palestinese medio: impotenza, una sensazione logorante che induce alla disperazione. “C’è qualcuno che ci vede?” chiedono. Cosa la comunità cristiana palestinese spera che noi tutti si capisca? La loro sensazione di isolamento e impotenza.

Ricordo il periodo di attesa della visita del Papa nel 2009, proprio qualche mese dopo i bombardamenti su Gaza. Tra i cristiani c’era una forte opposizione a questa visita. “Cosa viene a fare? Condannerà quelli che li cacciano nel fango? Andrà a Gaza per mostrare al mondo le loro sofferenze?” La gioia causata dalla sua visita arrivò del tutto inaspettata, sollevando i loro visi a ricevere quella luce di speranza che sembrava essersi offuscata. Ma rieccoci ancora allo stesso punto e sono tentati di chiedere ancora: “Ci vedete? Siamo ancora qui, anche se minori di numero.” Sentono il mondo parlare di questo conflitto come del fronte nella lotta tra l’islam ideologico e l’Occidente liberale, ma loro non sono musulmani ma, come molti dei loro vicini musulmani, non vedono il conflitto come un più ampio scontro ideologico, ma come una questione di case, alberi, campi, famiglie e lavoro, cioè semplicemente di giustizia. Si chiedono se qualcun altro vede tutto questo.

Loro vorrebbero che da Gaza non partissero razzi. Ma poi vedono questi attrezzi sottili, rozzi, fatti in casa e con una forza limitata, presentati dalla stampa come giustificazione e assimilabili ai bombardamenti di artiglieria e agli attacchi con gli F 16 che fanno a pezzi i loro connazionali palestinesi, uomini, donne e bambini. Così smettono di criticare il lancio dei razzi. Sanno bene che vi sono azioni intraprese in nome dei palestinesi che loro non condividono, ma si sentono così impotenti che ogni dimostrazione di forza sembra essere di sollievo a questa loro sensazione paralizzante di vulnerabilità.


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