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Esteri

HAITI/ Fiammetta: noi, l'uragano Sandy e chi vive da tre anni sotto un sacchetto di plastica

Ad Haiti (InfoPhoto)Ad Haiti (InfoPhoto)

Una buona organizzazione purtroppo in questo Paese è quasi impossibile. La ricostruzione del post terremoto è ancora in fase di realizzazione e i limiti logistici sono ancora enormi. Impossibile proteggersi adeguatamente. La solita preparazione alla stagione degli uragani c’è stata, a Sandy in particolare no: normalmente gli uragani si formano in pieno oceano e sono annunciati con giorni di anticipo, come è stato per gli Usa. Invece per Haiti Sandy è stato un uragano anomalo, che si è formato direttamente sopra le nostre teste e che non ci ha dato modo di lanciare l’allerta alla popolazione con anticipo. Questo ovviamente ha amplificato i danni e il numero di vittime.

E quando è arrivata la tempesta?

A dire la verità, il sentimento piu comune è stata una forma di spossatezza, di annichilimento. Guardavamo la pioggia cadere e i fiumi salire inesorabilmente e ci dicevamo che non poteva essere vero che stesse capitando di nuovo a noi. I primi momenti sono stati di vero e proprio scoraggiamento. Il nostro primo pensiero è andato alle migliaia di persone nei campi del post terremoto. Stanno sotto un foglio di plastica da quasi tre anni. E ora questo: un’ondata di fango che si porta via tutto. È terribile a pensarcvi. Ci si sente così impotenti.

Può raccontare di qualche storia in particolare o di qualche persona che l’ha colpita particolarmente in questa situazione?

Nel Paese è stata decretata prima l’allerta rossa e poi la calamità nazionale. Il Paese è rimasto fermo tre giorni. Al quarto giorno abbiamo timidamente riaperto le scuole che Avsi ha ricostruito dopo il terremoto, ma non ci aspettavamo affluenza. Invece i bambini sono arrivati. I genitori ci hanno spiegato: preferiamo saperli qui con voi, in un posto accogliente, invece che nello sfacelo delle nostre case allagate. E in effetti è vero: con noi a scuola i bambini recuperano un po di serenità, una ricarica prima di tornare alla difficile situazione delle non-case distrutte.

Cosa vi sostiene oggi, all’indomani della tempesta?

La coscienza che abbiamo preso un impegno verso questa gente, che ha creduto alla nostra amicizia e che ora crede nel nostro aiuto. Non possiamo lasciarli soli. Come dicevo, a volte ci sentiamo impotenti di fronte a un popolo con un destino così difficile. Altre volte però − ed è piu spesso! −  ammiriamo la loro grande capacità di rialzarsi sempre, la loro fede incrollabile. Noi questa forza non sempre l’abbiamo.

Qual è il vostro compito oggi? Perché dopo un terremoto e un uragano ancora non vi siete convinti ad abbandonare Haiti?

Andare via? Ma perché? Certo, è difficile, ma se non lo fosse, se questo Paese non fosse così difficile, nemmeno ci sarebbe stato bisogno di venire a lavorare e a vivere qui, no? Avsi è venuta per questo, perche crede nella possibilita di camminare insieme, e noi ci crediamo personalmente ogni giorno, uragani o no. Dopo il terremoto abbiamo per mesi lavorato solo sulle prime necessità, sugli aiuti umanitari. Poi con fatica abbiamo potuto riconvertire gli interventi alla logica del sostegno allo sviluppo. Oggi siamo pronti per continuare i progetti affiancando azioni specifiche a sostegno delle nuove vittime. È tanto lavoro in più, ma è il nostro mandato.

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