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ELEZIONI USA/ Valesio (Columbia): io, americano da 40 anni, stavolta non voto

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New York, la Statua della Libertà (InfoPhoto)  New York, la Statua della Libertà (InfoPhoto)

“Non posso soffrire i votanti incerti”, ha detto a un giornalista un attivista di uno dei due grandi partiti americani che si affrontano in questi giorni. Quella che segue non è una confessione, che sarebbe ristretta a un ambito puramente personale, ma un’ammissione, ovvero una testimonianza su qualche cosa che può ben essere di interesse generale. Sono sempre esistite, negli Stati Uniti come in ogni altro paese, delle “comunità inammissibili” (come dice il titolo di un breve libro di Maurice Blanchot, La communauté inavouable  -  titolo la cui promessa resta più suggestiva del libro stesso); vorrei descrivere brevemente tre di tali comunità qui e oggi, in questo scorcio di campagna elettorale.

Una comunità inammissibile l’ho appena menzionata: è quella dei votanti incerti. Nel mio ambiente professionale così come in quello personale vige tra le persone “impegnate” un pensiero unico, e uno solo dei due totem politici è accettabile; essere incerti è giudicato negativamente (ma è sempre meglio della scelta dell’altro totem: quella, porterebbe a una scomunica de facto). L’altra “comunità inammissibile” è quella di chi non vota - per scetticismo, per disinteresse, per stanchezza, per disincanto. Fra i “giovani” professionisti colti, occupati o sottocupati (diciamo, le persone tra i venti e i quarant’anni) che io conosco, ce ne sono, accanto a quelli che sostengono fieramente il pensiero unico di cui dicevo, vari altri che hanno rinunziato a mettersi in campagna, e il 6 novembre non si faranno vedere ai seggi elettorali.

Lascio agli specialisti lo studio di questo fenomeno, e passo all’ultima comunità: la più ristretta, la meno ammissibile, la più somigliante a una tribù sparsa piuttosto che a una vera e propria comunità, o addirittura a un branco piuttosto che una tribù. Siamo pochi, ci riconosciamo per istanti e poi finiamo confusi nella folla. Sto parlando di coloro dei quali non sarebbe esatto dire che non votano: essi piuttosto esprimono un non-voto. Può sembrare una distinzione di lana caprina - una di quelle mosse in cui si specializzano gli intellettuali francesi alla moda.

E invece no: è una differenza autentica, e sofferta. Chi non-vota o vota-no è una persona che segue appassionatamente la politica, ma per un complesso di ragioni questo mese tenterà di dire il suo “no” come cosa diversa dal mettersi in pantofole. Dopo circa quattro decenni di vita statunitense e di lavoro (di cui sono debitore a questa società) con tanto di pagamento di tasse, e dopo avere disciplinatamente espresso un voto americano per molti anni, questa volta sento di dover fare un piccolo passo di lato.


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