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ELEZIONI USA/ Wood: le grandi domande alle quali Obama e Romney non rispondono

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Il presidente Usa Barack Obama durante un comizio (InfoPhoto)  Il presidente Usa Barack Obama durante un comizio (InfoPhoto)

Tuttavia, alcune scelte di Obama hanno dato a Romney l’opportunità di criticarlo sulla politica estera, come ad esempio sulla riluttanza del Presidente a riconoscere la “eccezionalità americana”, che ha urtato molti americani o sulla sua tendenza a scusarsi per quelli che considera fallimenti all’estero degli Usa, attribuibili alla precedente amministrazione.

Dall’altro lato, il suo affidarsi a un programma esteso di “guerra con i droni” e il mantenimento di quasi tutti gli aspetti della “guerra al terrore” del suo predecessore, Guantanamo compresa, hanno irritato molti dei suoi stessi sostenitori. I fatti di Bengasi, con l’uccisione in Libia dell’ambasciatore e di altri tre americani, e una certa confusione nella comunicazione su questi avvenimenti, hanno posto qualche dubbio sugli effettivi successi nella lotta contro Al Qaeda. Anche l’atteggiamento nei confronti di Israele non è del tutto chiaro e il “fuori onda” della scorsa primavera in cui chiedeva al presidente russo Medvedev tempo fino al dopo elezioni, come pure le rivelazioni, poi smentite, di colloqui bilaterali con l’Iran, non hanno contribuito a fare chiarezza sulle sue intenzioni.

Fondamentalmente, molti americani considerano Obama riluttante di fronte a un ruolo di leadership all’estero; la ragione può essere la preoccupazione dei costi, o la priorità data al suo programma di cambiare il Paese (come con la riforma sanitaria), o perché personalmente rifiuta la legittimità di una leadership americana. Un esponente dell’amministrazione, nel caso della Libia, ha definito questo atteggiamento come “leadership da dietro”, ma in altri casi il presidente è stato accusato di inazione, come per le proteste del 2009 in Iran, o per la Siria. I critici di Obama sostengono che così si permetteranno ulteriori disordini che alla fine favoriranno gli avversari degli Stati Uniti.

In conclusione, nella campagna del 2012, la politica estera gioca nella elezione del presidente un ruolo visibile, ma non primario. Obama e Romney sembrano offrire concezioni sostanzialmente diverse del ruolo nel mondo degli Stati Uniti e delle loro responsabilità, ma queste differenze sono meno importanti del decidere quale dei due possa più probabilmente riportare la prosperità e risolvere il problema del massiccio debito pubblico, mantenendo il livello dei servizi offerti dallo Stato, come ormai molti americani richiedono. 

Questa elezione sembra, tuttavia, rappresentare un momento chiave che va oltre economia e affari esteri, perché la paralisi della politica americana è evidente, in superficie, dalle differenze politiche e dalla incapacità di risolverle. Ma questo riflette un conflitto molto più profondo su questioni fondamentali: la natura della persona, l’esistenza di principi universali, di una legge naturale che deve ultimamente guidare il dibattito sulle politiche, o se invece siamo liberi di decidere su tutto come individui autonomi, se la politica deve rispondere solo alle attuali esigenze dell’elettorato, se ciò che conta è il risultato e la forza di ottenere ciò che uno cerca.



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