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ELEZIONI USA/ Wood: le grandi domande alle quali Obama e Romney non rispondono

Pubblicazione:lunedì 5 novembre 2012

Il presidente Usa Barack Obama durante un comizio (InfoPhoto) Il presidente Usa Barack Obama durante un comizio (InfoPhoto)

La campagna per le elezioni presidenziali negli Stati Uniti è entrata nell’ultima settimana e gli americani il 6 novembre sceglieranno chi guiderà il Paese per i prossimi quattro anni. Come d’altra parte gli europei, gli americani sono focalizzati sulla situazione economica quando pensano al prossimo voto. La politica estera domina raramente la campagna per le elezioni del presidente e, quando ciò avviene, è spesso per denunciare i fallimenti, come per la Corea, il Vietnam o l’Iraq. Questi fallimenti possono rappresentare seri ostacoli per la rielezione del presidente in carica, o per il suo partito, ma sarebbe insolito che la politica estera fosse il motivo principale del successo di un candidato alla Casa Bianca.

Gli americani tendono a dare per scontati la forza del Paese e la sicurezza nazionale. Per gran parte della loro storia, e certamente nei decenni passati, le minacce alla sicurezza venivano affrontate lontano dagli Stati Uniti. Anche gran parte delle risposte all’11 settembre hanno avuto luogo lontano dal territorio statunitense, pur dovendo gli americani subire i disagi dei rigorosi controlli, per esempio negli aeroporti, e i ripetuti allarmi per possibili nuovi attentati. Nel dopoguerra, i Repubblicani hanno tratto i maggiori vantaggi da questa situazione, perché ritenuti più affidabili in queste complicate questioni, ma le cose sono ora cambiate sotto almeno tre aspetti.

Innanzitutto, le guerre in Afghanistan e Iraq hanno appannato la reputazione dei Repubblicani di saper trattare in modo efficiente la sicurezza nazionale e hanno reso gli americani diffidenti verso le operazioni all’estero. In secondo luogo, di fronte all’aumento del debito pubblico, che supera ora il 100% del Pil, gli americani si pongono la domanda di quale sia il prezzo che pagano per mantenere la leadership mondiale, nel momento in cui vi sono ingenti bisogni a casa propria. Obama si riferiva a questo quando ha detto: “è tempo di concentrarsi sulla costruzione della nazione qui a casa”. Infine, gli americani vedono il sorgere di altre potenze, quali la Cina, combinate con nuove minacce difficili da capire e da combattere: il terrorismo islamico, piuttosto che la minaccia “cyber”, che potrebbe portare a devastanti sorprese in qualsiasi momento, come ha avvertito il Segretario alla Difesa, Leon Panetta. Quindi, gli americani non hanno chiaro quale sia il ruolo della loro nazione, né da dove possano venire i pericoli per gli anni a venire. 

Tutto ciò lascia gli americani a disagio, ma non tanto da fargli dimenticare l’economia, dove i segnali non sono univoci, per la disoccupazione, il mercato immobiliare, l’industria e i servizi. E sullo sfondo c’è il “fiscal cliff”, cioè il possibile aumento delle tasse e l’obbligo di tagliare la spesa dall’inizio del 2013, a meno che vengano prese opportune azioni prima di allora. L’economia rimane la questione centrale, ma la fine della Guerra in Iraq e il ritiro dall’Afghanistan, dopo l’uccisione di Bin Laden, sono state ben accolte dalla maggioranza degli americani.  


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