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SIRIA/ Le mosse degli Usa per evitare una nuova Libia

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Sin dallo scoppio degli scontri armati in Siria, il CNS si è presentato al mondo come l’interlocutore politico ideale in quanto portavoce delle volontà dei siriani che avevano imbracciato le armi contro il regime baathista al potere da oltre 40 anni. Di più, il CNS ha tentato fino ad oggi di porsi come organo politico coerente e rappresentativo della rivoluzione, capace di delineare gli obiettivi a lungo termine dell’opposizione siriana e programmando la futura Siria post-baathista. Le parole della Clinton mettono ora l’intellighenzia siriana davanti ad una scelta: impegnarsi a serrare i ranghi dell’opposizione superando ogni tipo di frattura settaria esistente al suo interno, e diventando così paladini dello spirito riformatore della “primavera araba” in Siria, o d’altra parte riconoscere il proprio fallimento. Il dilemma è, ovviamente, solo apparente, dato che sia gli Stati Uniti che il CNS hanno estremo bisogno l’uno dell’altro.

Nei piani della Casa Bianca la deriva radicale e islamista della rivolta siriana deve essere contingentata e gradatamente soppiantata da un’anima più “gentile” o laica dell’opposizione. Il nome nuovo fortemente caldeggiato dalla Casa Bianca, Seif Riyad, rappresenta l’imprenditore della classe media siriana, protagonista di anni di attiva opposizione alla chiusura economica e politica del regime baathista e, dato essenziale, non proveniente dalle università e dai salotti intellettuali occidentali. Ben altra cosa rispetto ai membri del CNS già appartenenti agli ambiti accademici occidentali e relegati all’esilio per anni in Europa o negli Stati Uniti. Sebbene il CNS resti quindi la piattaforma politica privilegiata per canalizzare insieme le forze sane dei ribelli, è chiaro come gli Stati Uniti cerchino per il breve periodo anche un leader carismatico, capace di raccogliere il necessario consenso per le strade delle città e delle campagne siriane. Ciò permetterebbe nel lungo termine di basare su fondamenta più solide il futuro progetto politico per la Siria del domani. Dislocare il CNS direttamente in Siria avrebbe quindi un elevato valore simbolico e politico allo stesso tempo facendo da contraltare alla propaganda islamista. 

Incarnando le istanze della etnicamente e religiosamente variegata e spesso conflittuale società siriana, l’immobilismo decisionale rischia di screditare l’affidabilità del CNS agli occhi degli Stati Uniti. Ulteriore preoccupazione per Washington è che l’attuale scenario libico possa un domani replicarsi a Damasco. A Tripoli infatti la classe politica post-bellica è vista da chi ha combattuto contro Gheddafi come auto-referenziale e non rappresentativa. Il risultato è che i capi-tribù e le milizie libiche continuano a rifiutarsi di deporre le armi per timore di vedersi spodestare dei loro meriti conseguiti combattendo sul campo. 

 


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