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Esteri

SIRIA/ Parsi: se Assad cade si muove tutto il domino mediorientale

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In passato Riad e Tel Aviv sono stati non ostili semplicemente grazie al legame con gli Stati Uniti che li accumuna. Quanto sta avvenendo in Siria, Egitto e Tunisia apre prospettive per l’Arabia Saudita diverse da quelle che c’erano in precedenza e fa sì che la questione arabo-israeliana possa riaccendersi da un momento all’altro.

 

In che modo?

 

Attraverso la saldatura tra l’Arabia Saudita e gli altri Paesi arabi. Se in Siria cade Assad, Israele perde un amico. Assad a parole è sempre stato contro Israele, ma in realtà si è sempre guardato da fare anche solo il minimo gesto che potesse creare dissapori con lo Stato ebraico. Se poi Israele pensa di potere regolare i conti con Hezbollah in Libano per via indiretta colpendo Assad, in quanto tanto l’uno quanto l’altro sono sciiti, anche lì fa male i conti.

 

Perché?

 

Il vero problema nella regione è rappresentato dal radicalismo sunnita. Se a Damasco prende il potere un governo più radicale, se in Libano i sunniti si rafforzano e pensano di chiudere la questione con Hezbollah, magari Israele può essere convinto di togliersi un problema, ma in realtà gli si apre un baratro. Il vero radicalismo è infatti quello sunnita, e non quello sciita.

 

Quanto la politica Usa in Siria è simile al sostegno che stanno fornendo ai Fratelli musulmani egiziani?

 

Sono due situazioni diverse, in quanto in Siria è in corso una guerra civile e gli Usa si sono mossi con estrema prudenza, mentre la situazione è però ancora fluida. In Egitto al contrario l’endorsement americano a Morsi è stato successivo alla sua vittoria. L’apertura di un dialogo con i Fratelli musulmani non significava un appoggio, e non è detto che questo appoggio resti.

 

(Pietro Vernizzi)

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