BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

ARGENTINA/ Una "guerra civile" mette a rischio la democrazia

Pubblicazione:

Cristina Fernandez de Kirchner (Infophoto)  Cristina Fernandez de Kirchner (Infophoto)

Da qualche giorno l’Argentina è scossa nuovamente da un’ondata di saccheggi nei riguardi di supermercati e negozi di tutto il Paese. Il fenomeno non è assolutamente nuovo e rientra in quella che ormai è una vera e propria guerra che rischia di dividere la Nazione e che ha messo a repentaglio per l’ennesima volta la già fragile democrazia. Ampiamente previsti dalle autorità, i saccheggi sono iniziati nella città patagonica di Bariloche con l’assalto a un ipermercato. Gruppi di facinorosi si sono avvicinati a bordo di camion e hanno iniziato letteralmente a rubare quanto possibile, ma sopratutto articoli voluttuari quali televisori, elettrodomestici, profumi, ecc., tralasciando invece gli alimentari.

Ci si è resi subito conto di quanto la manovra fosse solo all’inizio e che lo spettacolo a cui si assisteva altro non era che una replica di quanto già accaduto nell’1987 e nel 2001, fatti che portarono rispettivamente alle dimissioni dei Presidenti Alfonsin e De La Rua. La certezza si è avuta quando i saccheggi si sono estesi su tutto il territorio nazionale con un bilancio di due morti e diversi feriti negli scontri con la polizia, che però in molti luoghi ha dovuto arginare la sommossa praticamente disarmata.

Che il clima in Argentina fosse rovente lo si era capito dal successo della manifestazione autoconvocata contro l’attuale Governo l’8 novembre scorso: più di due milioni di persone scese in piazza per protestare, questo sì, democraticamente, contro le manovre di una parte politica dominante che vuole ergersi a oligarchia, ispirandosi al modello venezuelano di Chavez e bandendo con tutti i mezzi possibili il pensiero differente. Quella dell’8N (come venne chiamata) era stata la seconda convocazione di massa: il suo successo ha spinto il Governo a istituire una contromanifestazione per il giorno 7 dicembre, in contemporanea con l’applicazione de la Ley de Medios, specialmente nei confronti del Gruppo Clarin, un multimedia oppositore dell’attuale potere.

La gestione dei mezzi di informazione in Argentina è stata per anni sottoposta alle modifiche apportate dall’ex Presidente Menem a una legge promulgata dalla Giunta militare tristemente al potere negli anni ‘80. In pratica la nuova legislazione impedisce la proprietà multimediale da parte di gruppi egemonici, quali appunto il Gruppo Clarin, quello della Spagnola Telefonica e quello del Gruppo Perfil. Cosa condivisibilissima, ma che nasconde una curiosa eccezione: l’attuale Governo controlla, direttamente o attraverso gruppi economici a lui vicini, l’80% del mercato multimediale: in pratica la legge che si pretendeva di far applicare era disattesa proprio da chi l’ha approvata ma inapplicata per anni.

Fatto che ha provocato una reazione di gran parte della società ed elemento tra le ragioni delle proteste di settembre e novembre: in pratica se il potere legislativo avesse accolto l’appello governativo, l’Argentina si sarebbe trovata con un monopolio mediatico, in barba alla democrazia. Ma la corte di Giustizia ha respinto il tutto, rovinando la “festa” che di fatto non è stata solo un colossale buco nell’acqua, ma sopratutto uno schiaffo politico di dimensioni inaspettate alla Presidente Cristina Fernandez de Kirchner, che ha subito reagito con discorsi chilometrici occupando tutte le reti televisive e accusando la magistratura di essere “il cancro della democrazia”.


  PAG. SUCC. >