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LA STORIA/ In Uganda: "Noi, malate di Aids, vogliamo una scuola per dare un destino ai nostri figli"

Pubblicazione:domenica 30 dicembre 2012

La scuola Giussani a Kampala (foto Avsi) La scuola Giussani a Kampala (foto Avsi)

Per ora è stato ultimato il primo blocco di classi, ma mancano tutta la parte amministrativa e i laboratori. Con il fundraising organizzato in Italia grazie alle Tende di Natale intendiamo portarne a completamento la costruzione. Buona parte delle rette scolastiche sono supportate attraverso il sostegno a distanza.

 

A Kampala non esiste l’istruzione gratuita?

 

In Uganda l’istruzione pubblica gratuita per tutti esiste solo nella scuola primaria. In quella secondaria da qualche anno è stata avviata una riforma, ma al momento usufruisce di lezioni gratuite solo il 5 per cento degli studenti ugandesi. Ma soprattutto, il motivo per cui abbiamo deciso di realizzare la scuola Luigi Giussani è legato al fatto che questi studenti durante le lezioni nelle scuole pubbliche non ricevono lo stesso trattamento del Meeting Point.

 

In che senso?

 

In Uganda è ritenuto normale che i professori prendano i ragazzi a bastonate per qualsiasi sbaglio, o semplicemente perché non ottengono dei buoni risultati scolastici. Di fronte a una simile violenza e a una non considerazione della persona tipica tanto delle scuole pubbliche quanto di quelle private, le madri sono state le prime ad avere come preoccupazione la questione educativa. Si sono cioè chieste in che modo i loro figli potessero essere educati come era accaduto loro grazie al Meeting Point e a Rose Busingye.

 

Quali sono le condizioni di salute delle donne ospitate nel Meeting Point di Kampala?

 

Molte di queste donne sono positive all’Hiv o malate di Aids. Con i farmaci anti-retrovirali di cui si può disporre in questo momento, la vita media di queste pazienti si è allungata e possono sopravvivere anche per 10 o 15 anni conducendo una vita decorosa. Basta però un semplice raffreddore o una malaria un po’ più forte per portarle via. La loro preoccupazione costante è che cosa ne sarà dei loro figli quando loro non ci saranno più, anche perché non hanno alcun supporto da parte degli altri loro familiari, a partire dai loro mariti che le hanno abbandonate. Alcuni di questi ragazzi sono a loro volta malati, perché fino a 10-15 anni fa in Uganda non era attuato alcun programma di prevenzione della trasmissione madre-figlio dell’Aids.

 

(Pietro Vernizzi)



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