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IL CASO/ Fotografare la morte o salvare una vita: è il dramma di ogni momento

Pubblicazione:giovedì 6 dicembre 2012

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Dobbiamo pensarci di fronte a una tragedia incombente che, ritratta, ci frutterà qualcosa (almeno così ci viene da pensare in quel pochissimo tempo che abbiamo per pensare). Il fotografo come i gladiatori di un tempo: "mors tua, vita mea". Niente di nuovo sotto il sole. Solo che i gladiatori, direte voi, erano costretti, il fotografo no. Giusto. Quella del fotografo (sempre ammesso che avrebbe potuto fare qualcosa!) è stata una scelta. Ma cos'è che ha "costretto" l'uomo del New York Post a scegliere per la foto?

Non c'è niente da fare: quando nella convulsa agitazione di una situazione drammatica, nel bruciare rapido di un attimo, occorre buttare il cuore da qualche parte, di qua o di là, il cuore finisce dove abitualmente sta. Dove è stato educato a stare. Ed inseguirà quello che è stato educato ad inseguire. E darà o prenderà quello che ha imparato a dare o prendere. Il fotografo è stato costretto a seguire il suo "cuore". L'istinto del business, il bisogno di sopravvivere nel suo business, la consapevolezza di quella sinistra attrazione che la gente ha per ciò che è irragionevolmente violento ha dettato i suoi passi. Non è detto che noi siamo meglio, sebbene, probabilmente, abbiamo ricevuto dalla vita molto di più di quest'uomo diventato l'involontario protagonista più tragico della storia. 

Io non ho comprato il New York Post e non ho voluto guardare il video che è un po' dappertutto. Ma non ho potuto fare a meno di pensare a tutte le volte nella mia giornata in cui il mio cuore sceglie di "scattare foto" piuttosto che "allungare una mano". E non posso fare a meno di pensare a quel fotografo che sicuramente si starà chiedendo perché gli è capitato tutto questo. Forse perché anche il suo cuore si rianimi. Ki Suk Han non tornerà a casa, il folle neanche. Speriamo che il fotografo ce la faccia.



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