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GRECIA/ Gli errori della Merkel regaleranno all’Europa un nuovo Hitler?

Pubblicazione:giovedì 16 febbraio 2012 - Ultimo aggiornamento:martedì 21 febbraio 2012, 13.09

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Prima che cominciasse la durissima terapia per curare il “debito sovrano” greco (150mila licenziati entro il 2015, via le tredicesime, abbassato a 500 euro il salario minimo secondo l’ultima manovra correttiva), sarebbe stato impensabile assistere a scene come questa: manifestanti in piazza Syntagma che bruciano una bandiera tedesca accanto a una con la croce uncinata davanti al monumento del milite ignoto. Come a dire che in Grecia è in atto una nuova occupazione, dopo quella nazista della seconda guerra mondiale, una delle più brutali del conflitto.

Un gesto estremo, certamente, ma emblematico dell'insofferenza nei confronti di frau Merkel, rea di esercitare troppe pressioni su Atene. Fino al paradosso di pretendere misure lacrime e sangue e insieme raccomandare al governo Papademos l’acquisto di armamenti per favorire l’industria bellica tedesca: clamoroso il caso dei quattro sommergibili prodotti dalla Thyssenkrupp, lo scorso marzo graziosamente ridotti a due per 1,3 miliardi di euro (ma nel 2012 il budget greco per le spese militari supererà i 7 miliardi, la gran parte, guarda un po’ il caso, a favore di commesse tedesche e francesi).

La tensione tra i due paesi sembra aver raggiunto il livello di guardia del maggio 2010, quando i giornali greci urlarono al “nazismo finanziario” e l’allora vicepremier Theodoros Pangalos, indispettito per l’atteggiamento di Berlino, ricordò che negli anni quaranta “i tedeschi hanno trafugato l’oro greco che era nella nostra banca centrale e non l’hanno più restituito… almeno dicessero grazie!”.

A scatenare la polemica fu l’edizione tedesca del settimanale Focus che ritraeva in copertina la foto della Venere di Milo col dito medio alzato e un titolo inequivocabile: “La Grecia ci deruba del nostro denaro? Truffatori nella famiglia dell’euro”.

Da allora la guerra di stereotipi è proseguita con vignette, articoli e manifesti dove per una volta è la Germania a vestire i panni del debitore moroso, come ha ricordato il sindaco di Atene Nikita Kaklamanis: “Signora Markel, siete voi a essere in debito con la Grecia! Ci dovete 70 miliardi per le rovine che ci avete lasciato!”.

Il riferimento è al calcolo dei danni finanziari inflitti dal Reich pubblicato dal settimanale tedesco Die Zeit. Un conto mai saldato, visto che l’accordo di Londra del 1953 rinviava il regolamento delle riparazioni di guerra a quando la Germania si sarebbe riunificata. E un nuovo trattato firmato nel 1990 ha chiuso definitivamente la questione dei risarcimenti.

Ma non è solo un problema di soldi, sottolinea l’ex partigiano comunista Manolis Glezos, personaggio leggendario che nel 1941 si arrampicò sull’Acropoli e strappò la bandiera nazista per sostituirla con quella greca, dando così il via alla resistenza. Alla vigilia dei novant’anni, Glezos non ha rinunciato a partecipare ai durissimi scontri di domenica scorsa, finendo all’ospedale.

Il sentimento antitedesco si coagula intorno a un simbolo dell’orrore come Distomo, piccolo villaggio a 25 km da Delfi, la “Marzabotto greca”: 218 persone trucidate dai nazisti, in gran parte donne, anziani e bambini, il 10 giugno 1944, sei giorni dopo lo sbarco in Normandia. Uno dei massacri più efferati dell’ultima guerra senza nessuna Norimberga per quei carnefici e nessun risarcimento per i parenti delle vittime perché l’eccidio fu considerato una “normale operazione di guerra”.


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