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RISIKO/ Il piano di Cina e Turchia per prendersi il Medio Oriente

Folla in Egitto (Foto Infophoto) Folla in Egitto (Foto Infophoto)

E parlando di risorse finanziarie, non possiamo non tenere in considerazione il possibile ruolo dei Paesi del Ccg - Gulf Cooperation Council che, con un tasso di crescita di circa 7,8 punti percentuali, nel 2011, hanno acquisito un notevole potere economico e finanziario, non solo sul piano mediorientale ma anche su quello globale. Non va dimenticato, poi, che, negli ultimi anni, gli Stati del Golfo hanno superato l’Ue e gli Stati Uniti quali principali investitori nei Paesi arabi del Mediterraneo.

Ora, non solo i membri del Ccg hanno, in linea generale, evitato il pericolo delle rivolte arabe, ma anzi ne hanno beneficiato grazie ai rincari del greggio, in parte provocati dalla stesse rivolte. Con i maggiori introiti della rendita petrolifera questi potranno non solo investire a livello interno, ma anche guardare oltre i propri confini, verso i vicini regionali. Non è certo un caso se lo scorso dicembre gli Stati del Golfo hanno annunciato l'istituzione di un fondo di 5 miliardi dollari per finanziare piani di sviluppo in Giordania e Marocco. Inoltre, il 10 marzo 2011 i ministri degli esteri del Ccg hanno deciso di costituire un fondo speciale di 20 miliardi di dollari, da distribuire su 10 anni, per aiuti allo sviluppo destinati, in parti uguali, al Bahrein e all’Oman, membri essi stessi del Ccg ma meno ricchi degli altri, ed entrambi colpiti da ondate di proteste. Si tratta di iniziative di indubbio valore strategico-politico, finalizzate sia ad aumentare la coesione interna sia a ricercare nuovi alleati affidabili nella regione. Insomma, i ricchi stati del Ccg hanno grandi ambizioni: scrollarsi di dosso definitivamente l’immagine di semplice attore sub-regionale, allargando la propria influenza ben al di là dei propri “confini”.

Guardando poco più a nord, c’è un altro sfidante che potrebbe presentarsi sul campo. Si tratta della Turchia di Erdogan che, con la già collaudata dottrina della profondità strategica, non ha mai fatto segreto delle proprie ambizioni mediterranee. Se si consolidasse il progetto turco del “mercato comune mediorientale”, formato da Turchia, Siria, Libano e Giordania e al quale, secondo alcuni analisti, potrebbe in futuro aderire anche l’Egitto, l’assetto geo-economico della regione potrebbe notevolmente cambiare, favorendo, per gli attori che ne faranno parte, l’acquisizione di un ruolo certamente strategico negli assetti globali. Questo senza contare il notevole appeal che il “modello turco” esercita sulle nuove leadership mediterranee e che potrebbe aprire ulteriormente a Istanbul la “porta della sponda sud”.