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RISIKO/ Il piano di Cina e Turchia per prendersi il Medio Oriente

Stati Uniti ed Europa, afferma MICHELA MERCURI, dovranno modificare profondamente le politiche mediterranee per non uscire sconfitti dalla partita che vede in vantaggio gli Stati del Golfo

Folla in Egitto (Foto Infophoto) Folla in Egitto (Foto Infophoto)

La primavera araba non ha messo solo in discussione, come oramai è ben noto, gli equilibri interni di molti paesi dell’area mediterranea e mediorientale ma, e la cosa forse ci intessa ancor di più, ha riaperto una partita di cui credevamo di conoscere già le sorti: quella per il Mediterraneo e per le sue risorse (energetiche in primis). I regime change dell’area, e le rivolte ancora in corso, stanno inevitabilmente ridisegnando equilibri di partnership che sembravano consolidate, scomponendo e ricomponendo il complesso puzzle mediorientale a gran velocità.

Nella sfida per il Mediterraneo, dunque, nuovi giocatori sono pronti a scendere in campo, con il rischio di relegare in panchina i vecchi protagonisti. Per dirla in altri termini, gli Stati Uniti, e soprattutto l’Unione europea, dovranno attuare un profondo restyling, se non una vera e propria riforma, delle politiche mediterranee per non uscire sconfitti dai giochi. Resta dunque da capire quale potrebbe essere la strategia migliore da mettere in campo.

E’ evidente che la partita più importante è quella della ricostruzione politica, sociale ed economica di molti paesi dell’area, una sfida che, inutile negarlo, si gioca a suon di aiuti finanziari. E non è certo difficile comprenderne il motivo: da stime recenti del Fondo monetario internazionale risultano dati piuttosto preoccupanti per alcuni dei paesi core delle rivolte arabe, Siria, Libia, Egitto e Tunisia in primis. E’ pur vero che, raramente, alle rivoluzioni politiche corrisponde un’immediata ripresa economica, ma è anche vero che non si può restare indifferenti davanti ai dati del Fmi: la Tunisia, nel 2011, avrebbe totalizzato una crescita nulla (contro i tre punti percentuali del 2010). Stessa sorte per il Pil egiziano con un valore che si aggira intorno all’1%, ben poca cosa rispetto al 5,3% dello scorso anno. Per nulla migliore il destino della Libia, per cui si parla di una possibile contrazione del Pil di oltre il 50%. Più difficili, vista l’incertezza della situazione politica, ma sicuramente non meno funeste le previsioni per il regime di Assad. La contrazione economica potrebbe aggirarsi intorno ai 2 punti percentuali, senza contare le possibili ulteriori battute d’arresto che potrebbero derivare da eventuali misure restrittive da parte della comunità internazionale.

In un quadro del genere è plausibile credere che le risorse che gli attori internazionali saranno in grado di mettere in campo costituiranno l’ago della bilancia delle future partnership regionali.