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Esteri

EGITTO/ Gobarah (Al-Wafd): Port Said, una strage annunciata voluta dalla polizia

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Dopo quanto è avvenuto i calciatori più famosi hanno annunciato che si rifiutano di continuare a giocare, in quanto i loro tifosi sono stati uccisi sotto i loro occhi, ed essi stessi hanno visto la morte in faccia. Non stupiscono quindi le dichiarazioni di Abu Trika, campione dell’Ahly, che si è lamentato per l’allentamento della sorveglianza da parte delle forze dell’ordine. Queste ultime si ritrovano oggi a essere particolarmente vulnerabili in seguito alla rivoluzione del 25 gennaio, che ha portato a un deterioramento dei rapporti tra la polizia e la gente comune.

 

Abbiamo visto le foto di persone armate di coltelli nello stadio. Come è possibile che nessuno li abbia fermati?

 

Potrei rispondere che si è trattato di una scelta discutibile, se non fosse che sono convinto che esista un progetto per creare sistematicamente il caos nel Paese. Non è un caso che i fatti di Port Said siano avvenuti nel primo anniversario della “Battaglia dei Cammelli”, nel corso della quale centinaia di manifestanti di piazza Tahrir sono morti. L’obiettivo è contrastare la rivoluzione e farla fallire, inculcando nei cittadini il sentimento che quest’ultima sia la causa principale del caos e dell’illegalità che sta devastando il Paese. La complicità della polizia è quindi evidente, e lo stesso vale per i sostenitori del passato regime che collaborano con i teppisti armati.

 

Quindi la tragedia di Port Said non rappresenta un fatto isolato?

 

La verità è che l’Egitto soffre di una mancanza di sicurezza e di una debolezza croniche, che durano dalla rivoluzione del gennaio 2011. E’ il problema più grave che sta affrontando il Paese, e che ha avuto il suo momento rivelatore nella decisione dell’ex ministro degli Interni di ritirare tutte le forze di polizia dalle strade a partire dal 28 gennaio di un anno fa. La polizia quindi con una mano interviene per sopprimere e uccidere i manifestanti, e con l’altra cerca di creare uno stato di caos e di insicurezza, per provocare il panico tra i cittadini e distrarre l’attenzione dalla rivoluzione in corso. Non dimentichiamoci che il passato regime a un certo punto aprì le porte delle prigioni consentendo la fuga di numerosi criminali, che si misero a compiere rapine e omicidi contro cittadini innocenti. La responsabilità quindi è in parte del sistema politico precedente, e in parte del Consiglio Militare che ha fallito nel suo compito di rimettere in piedi le forze dell’ordine e ristabilire la fiducia reciproca tra la gente e la polizia.

 

Dietro a quanto è avvenuto a Port Said c’è un intento politico?

 

Certamente non è stata una strage causata da semplici motivi calcistici, ma da un intento politico. Gettare il Paese in uno stato di caos è un modo per fare sì che la sopravvivenza della giunta militare sia percepita come una valvola di sicurezza, in grado di consentire il completamento del processo democratico. L’obiettivo dell’Esercito è restare al potere fino alle elezioni presidenziali di giugno, in modo da evitare di dover rispondere dei gravi eventi che si sono verificati durante l’attuale fase di transizione.

 

Qual è invece il ruolo dei sostenitori del passato regime?