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SIRIA/ Così Assad si "consegna" alla Russia e allontana il fantasma di Gheddafi

GABRIELE IACOVINO (CeSI) fa il punto della situazione in Siria dopo i recenti bombardamenti sulla città di Homs. La guerra civile è iniziata e la repressione diventerà sempre più violenta

Il regime siriano ha mobilitato la folla per ringraziare Russia e Cina, che hanno posto il veto (InfoPhoto) Il regime siriano ha mobilitato la folla per ringraziare Russia e Cina, che hanno posto il veto (InfoPhoto)

«La situazione in Siria è drammaticamente chiara: la repressione va avanti e il regime di Assad continua a combattere la ribellione, portata avanti dalla popolazione e supportata da quella parte dell’esercito che ha voltato le spalle al regime. La situazione sta però cambiando, e più che di una ribellione, si deve cominciare a parlare di una vera e propria guerra civile». Gabriele Iacovino, responsabile del desk Nord Africa e Medio Oriente del CeSI, il Centro Studi Internazionali, commenta la delicata situazione siriana, dove le forze del regime di Bashar al-Assad continuano a bombardare i quartieri di Homs, bastione della rivolta, facendo salire giorno dopo giorno il numero delle vittime. I vari rapporti internazionali e i possibili interventi futuri, all’indomani del veto di Russia e Cina al Consiglio di Sicurezza.

Il rischio di una guerra civile di cui si parlava in questi giorni è quindi diventato realtà?

In Siria sta avvenendo proprio questo: i più alti quadri dell’esercito sono per la stragrande maggioranza costituiti da alawiti, quindi quella parte della popolazione a cui appartiene anche il presidente Assad. Invece i soldati e una piccolissima parte degli ufficiali fanno parte di altre confessioni religiose presenti nel Paese, soprattutto sunniti che, dopo aver defezionato, stanno portando avanti una vera e propria lotta contro il governo. Il problema principale resta la scarsa organizzazione dei ribelli del Free Syrian Army, come si fanno chiamare, dovuta anche alla repressione in corso. La situazione può essere anche considerata di stallo, perché da una parte c’è Assad che, per quanto possa usare la violenza per reprimere la ribellione, non riesce a riprendere il controllo del Paese, mentre dall’altra la poca forza dei ribelli non permette di creare serie difficoltà al regime.

Il New York Times ha fatto sapere che Washington potrebbe consegnare armi ai ribelli. Secondo lei è un’ipotesi possibile?

In questo momento è ancora prematuro, anche perché nessuno, soprattutto in Occidente, vuole rimanere invischiato nella situazione siriana. Un intervento diretto occidentale è quindi, almeno per il momento, abbastanza lontano.

Quali sono allora le differenze con il caso della Libia?

Quello della Libia era uno scenario totalmente diverso, sia per quanto riguarda le dinamiche interne, sia sotto il punto di vista della diplomazia internazionale. Inoltre l’intervento in Libia è stato anche permesso dal fatto che si trattava di uno scenario strategico meno complesso della Siria, la cui posizione sia geografica che politica presenta certamente molte più difficoltà.

Adesso si teme che l’esercito, dopo aver bombardato Homs, possa sferrare una grande offensiva finale su vasta scala. Cosa ne pensa?

Assad, per quanto abbia dalla sua parte un esercito organizzato, può contare su una minima parte di questo, che ancora gli è rimasta fedele. Di conseguenza non riesce a fermare la ribellione in tutto il Paese, e la repressione si muove a macchia di leopardo. Certamente il fatto che in questo momento si sia focalizzata sulla città di Homs non fa prospettare nulla di buono, perché si tratta di un centro importante e in questo momento controllare le città più importanti della Siria è certamente di vitale importanza per la repressione messa in campo da Assad.

Come si spiega invece il doppio veto di Russia e Cina alla risoluzione Onu?

Soprattutto la Russia sta di fatto “difendendo” i propri interessi nel bacino mediterraneo e nella regione mediorientale in generale, e cerca di proteggere le uniche relazioni che ha con i Paesi del Medio Oriente, anche a costo di permettere una sanguinosa repressione.

Cosa possiamo aspettarci invece dall’Unione europea?